Nel giorno del 7° anniversario della scomparsa dell’avvocata ligure
Sono passati 7 anni dalla prematura scomparsa dell’avvocata Claudia Marsala. Aveva 49 anni ed era figlia dell’ex maresciallo dei carabinieri di Varazze, Giuseppe Marsala. Sposata con Pierluigi Stendardo, anche lui maresciallo dei carabinieri, aveva una figlia.
Quel giorno di agosto del 2018, tra i primi a darne notizia, era stato il consigliere comunale di Varazze Gianantonio Cerruti che, sulla sua pagina Facebook, aveva scritto testualmente: “Mi hanno appena informato dell’improvvisa scomparsa di una nostra concittadina, l’avvocato Claudia Marsala, donna e professionista molto stimata, esempio di altruismo, valore e onestà per tutti noi varazzini. Le più sentite condoglianze al maresciallo Stendardo e a tutta la sua splendida famiglia”.
Il vuoto che ha lasciato la sua dipartita resta palpabile ancora oggi nell’emozione di sua sorella Fabiola. Entrambe donne dalla tempra d’acciaio. Che hanno sostenuto, con il proprio lavoro, e con il proprio amore, l’allora colonnello dei Carabinieri Michele Riccio durante uno dei periodi più difficili della sua vita, e anche oltre.
Riportiamo di seguito uno stralcio del libro dello stesso Riccio scritto assieme ad Anna Vinci “La strategia parallela” esemplificativo della forza morale di Claudia e Fabiola Marsala.
La mistica del torbido
(…)
“Lo stato parallelo, il rifiuto della responsabilità, la doppiezza e la convenienza mi videro quel giorno entrare nella struttura militare di Forte Boccea a Roma, e nello stesso istante i militari del Ros si gettarono in affannose perquisizioni domiciliari alla ricerca delle mie agende e dei blocchetti notes su cui erano annotati appunti e informazioni rese da Ilardo nel corso dell’indagine «Grande Oriente». La ricerca di quei documenti era evidentemente così importante per i pubblici ministeri che avevano disposto il mio arresto da affidare anche al Ros mansioni di perquisizione, sebbene fossero del tutto estranei all’oggetto del procedimento in esame. Come poi mi raccontò mia moglie erano così tesi, accecati nella ricerca di quei documenti che un militare del Ros a un certo punto, sventolando un capiente fascicolo con sopra scritto «Il pizzo in Sicilia», si rivolse ai suoi colleghi gridando contento: «L’ho trovato». Come gli fece notare mia moglie, aveva trovato solo la copia della tesi di laurea in Legge di sua sorella che mi aveva dato da leggere.
Non trovarono ovviamente nulla, perché, per impedire una gestione delle prove «alla Tumino», avevo già messo tutto al sicuro. L’aiuto l’aveva dato Maria, una anziana signora, che una mattina si era presentata con il figlio da mia moglie chiedendo cosa potesse fare per noi, ci conosceva da tempo e aveva letto le prime notizie che erano filtrate sui giornali. Fu lei che custodì le preziose carte, persona buona e umile nella sua immensa dignità. Ora non c’è più, ma la ricordo sempre con affetto e gratitudine.
Parte dei documenti sulle mie indagini in Sicilia riuscii a farla consegnare al dottor Nicola Marino della Procura della Repubblica di Catania, magistrato che aveva condotto le indagini nei confronti di Aurelio Quattroluni, referente di Cosa nostra a Catania negli anni 1995-1996 e in contatto con Ilardo. Conoscevo appena il procuratore, ma ne avevo avuto un’ottima impressione per serietà e professionalità. Fu mia moglie Fabiola, che andò nel suo ufficio assieme alla sorella Claudia, avvocatessa che si occupava della mia difesa, dopo un avventuroso viaggio in treno da Savona, seguita da alcuni uomini del Ros.
Giunte alla stazione di Catania, mentre erano in attesa della scorta messa a loro disposizione dalla Procura, furono avvicinate dai loro stessi pedinatori che si offrirono di accompagnarle. Invito da loro rifiutato, in quanto stavano già aspettando il personale del dottor Nicola Marino.
(...)
Era evidente che il tutto mirasse a pregiudicare l’affidabilità di Luigi Ilardo e la credibilità di quanto scritto nel rapporto «Grande Oriente». Compresi gli interessi personali degli attori del documento e di quel Ros di Mori e Subranni chiamato a concorrere nelle indagini nei miei confronti.
Non bastava la morte di Ilardo, tutto doveva essere infangato e perdere di credibilità. E io? Delegittimato, punito esemplarmente. Dovevo costituire un esempio per quanti un domani avessero voluto seguire un simile percorso, alla ricerca di una verità che per interessi superiori non doveva emergere. Pur sentendomi profondamente colpito e pensando alla mia famiglia, ero certo di essermi comportato correttamente, ogni mia indagine era stata sempre richiesta e seguita da un magistrato e dal superiore, mai ne avevo tratto successo o vantaggio, se qualcuno lo avesse conseguito era il superiore, in genere.
Da poco avevo pure firmato le valutazioni di Subranni, che consultando Mori in merito al servizio che avevo espletato nel mio ultimo periodo al Ros anche questa volta non aveva potuto che confermare la solita qualifica di «eccellente» elogiando le mie capacità professionali e personali. Stupide considerazioni che facevo in quella squallida cella. Povero ingenuo, anche questa volta avevo fatto il medesimo errore, lo stato parallelo andava ben oltre queste piccole considerazioni, lui può fare tutto: il lecito e l’illecito. Malfattori mal truccati, che si riconoscono facilmente perché solitamente si presentano con la faccia pulita, ma con evidenti sbavature di trucco”.
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