Con il criminologo Vincenzo Musacchio, tra i massimi esperti di strategie di lotta al crimine organizzato, abbiamo affrontato il delicato e attualissimo tema dello sviluppo del fenomeno mafioso e delle sue connivenze con la politica
Professore quando sono iniziati i rapporti tra lo Stato italiano e la mafia?
Ovviamente dal 1861, anche se i rapporti tra mafia e Stato italiano erano in quel periodo storico ancora sui generis. Infatti non possiamo parlare di una organizzazione mafiosa unitaria e di rapporti strutturati con lo Stato, ma piuttosto di un fenomeno criminale presente in diverse forme nel Mezzogiorno, con alcune aree di contatto e influenza reciproca con le nascenti istituzioni statali. La mafia intesa come sistema unitario ebbe inizio soltanto durante la parte terminale del secondo conflitto mondiale, all’indomani dello sbarco alleato. Da questo momento storico possiamo parlare di rapporti omogenei e continui tra mafia e Stato italiano.
Quali responsabilità storiche e politiche ha la classe dirigente italiana nel mancato contrasto alla mafia?
La responsabilità maggiore è sicuramente individuabile da chi ha governato l’Italia dopo il 1948. I governanti di allora per creare un solido blocco sociale e politico in Sicilia, hanno dovuto inglobare anche l’organizzazione mafiosa, considerandola parte della società che esisteva e operava in quel contesto. Questo schema poi negli anni a venire fu modificato e si è adeguato sempre al momento storico in atto, fino ai nostri giorni.
Arrivando ai giorni nostri, da studioso del fenomeno mafioso, come interpreta l’omicidio di Salvo Lima?
Salvo Lima fu ucciso durante la campagna elettorale del 1992. La sua morte è avvenuta perché considerato uomo di collegamento di quel sistema politico che non fu più in grado di rispettare i patti “sottoscritti” con la cupola mafiosa capeggiata da Totò Riina. I mafiosi uccidendo Lima avvertirono Giulio Andreotti, la Democrazia Cristiana e il Governo di allora, facendo capire che da quel momento avrebbero potuto uccidere non solo magistrati e forze dell’ordine, ma anche uomini politici che erano stati referenti della mafia. Questa fu una novità fino ad allora mai verificatasi in maniera così eclatante.
Secondo lei perché si interruppe questa connivenza?
Si interruppe quando la mafia cominciò a mettere in campo la strategia stragista e cambiò i referenti politici. Pena una sollevazione popolare, lo Stato fu costretto ridisegnare il rapporto di connivenza avuto sino ad allora e ad agire approvando leggi antimafia impensabili in quel periodo storico.
Giulio Andreotti ebbe un ruolo primario in queste interconnessioni Stato-mafia?
Onestamente credo che Andreotti ebbe un rapporto con la mafia simile a quello che ebbero altri notabili della DC di quell’epoca come ad esempio Vito Ciancimino o Salvo Lima. Poi abbiamo visto come anche altri politici furono collusi con la mafia (cfr. Dell’Utri e Cuffaro).
Possiamo dire che Andreotti fu esponente politico romano della mafia?
Andreotti fu simile a quasi tutti i politici dell’epoca che hanno avuto, chi più e chi meno, rapporti con la mafia. La strategia stragista e terroristica poi cambiò tutto. Lo Stato fu costretto dai fatti ad emettere il primo decreto che rimise in carcere tutta la cupola mafiosa che era stata messa fuori dalla Cassazione per fine dei termini di custodia cautelare. Quel provvedimento legislativo portava la firma di Giulio Andreotti.
Se lo Stato avesse reagito prima con quella durezza, crede che avremmo potuto ridimensionare la virulenza dell’attuale fenomeno mafioso?
Sono convinto che avremmo sicuramente rallentato o impedito che queste mafie diventassero oggi quasi invincibili. L’opera di prevenzione e di repressione è importante. Più rilevante ancora è far comprendere al cittadino che con la mafia lo Stato non scende a compromessi, che lo Stato non ci convive, che lo Stato le si contrappone. La mafia conosce bene la politica e sa come e dove trovare gli spiragli per le connivenze.
Cosa pensa della trattativa Stato-mafia?
Nelle motivazioni della Suprema Corte di Cassazione si legge testualmente: “…I carabinieri del Ros quando aprirono un dialogo con Cosa Nostra avevano come obiettivo solo quello di far cessare le stragi”. È questo uno dei punti fondamentali della sentenza della Corte di Cassazione sulla cosiddetta trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Aprire un dialogo con Cosa Nostra, a mio giudizio, non significa sicuramente fare la guerra alla mafia. Con i mafiosi non si dialoga mai! Diceva bene Paolo Borsellino: “Lo Stato e la mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo”. È ancora Paolo Borsellino a dirci che oltre ai giudizi del giudice, esistono anche i giudizi politici, cioè le conseguenze, che da certi fatti accertati, trae o dovrebbe trarre il mondo politico. Rifletterei su quest’ultimo aspetto soprattutto alla luce delle nuove metamorfosi mafiose in atto. Devo anche aggiungere che è dai tempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non vedo più uno Stato che faccia veramente la guerra contro le mafie.
Le mafie moderne stanno vincendo?
Su questo argomento bisogna essere prudenti, però i dati oggettivi confermano che la mafia abbia tutti i requisiti necessari per vincere. Nella mia esperienza personale, noto il continuo aumentare di un diffuso clima di rassegnazione e di abbandono oltre che da parte dello Stato anche della società civile. Ritengo, quindi, mio dovere morale evidenziare che continuando a percorrere questa strada, nel prossimo futuro, saremo costretti a contrapporci ad una criminalità organizzata talmente forte da risultare realmente invincibile.
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