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Sebastiano Ardita: Il Sud America deve istituire un sistema in grado di spezzare le connessioni interne ed esterne delle mafie” 

Sono tanti i pericoli che si nascondono dietro le riforme della giustizia che l’attuale governo italiano sta portando avanti. Il problema fondamentale è che si rischia di creare una giustizia rigorosa con i poveri e con le armi spuntate verso i reati del potere e dei coletti bianchi”.
Con queste parole si è espresso il Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia Nino Di Matteo ai microfoni di ANTIMAFIADuemila al termine dell’evento svoltosi in Piazza Castello ad Aci Castello, in provincia di Catania, in Sicilia, in occasione del dibattito pubblico intitolato “Mafia e Antimafia: tra riforme e passi indietro”, tenutosi nella serata di mercoledì 30 luglio. All’incontro ha partecipato anche il Procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita; un evento d’eccezione per il fronte antimafia, organizzato da Antonio Maugeri, consigliere alla Cultura, e promosso dal Comune di Aci Castello.
L’organizzazione logistica è stata curata da ANTIMAFIADuemila, che ha anche gestito la diretta dell’iniziativa, mentre il direttore Giorgio Bongiovanni ha preso la parola alla conclusione della serata, sottolineando con forza il valore del dibattito e delle figure dei due protagonisti principali: Di Matteo e Ardita.
L’evento, moderato dal vice caporeddatore de Il Fatto Quotidiano Giuseppe Pipitone, ha registrato una partecipazione molto numerosa in una splendida cornice pubblica affacciata sul Mar Mediterraneo.
Nel contesto della lotta alla mafia in Italia, si è trattato di un’occasione quanto mai opportuna per riflettere sui cambiamenti in atto nel sistema giudiziario e sulle recenti riforme: una sorta di dialogo sulla giustizia, sulla legalità e sul contrasto al crimine organizzato. 


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Gli interventi di Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita non solo si sono rivelati estremamente pertinenti, ma hanno anche posto con decisione e argomentazioni solide l’accento sui rischi insiti in riforme che finiscono per andare contro la Costituzione della Repubblica e che non rafforzano la trasparenza nell’esercizio del potere.
Ed è proprio a causa di questa realtà italiana, tutt’altro che sana – che coinvolge anche il sistema penitenziario – che abbiamo intervistato Nino Di Matteo, una delle figure centrali di una coscienza antimafia onesta e radicata ai massimi livelli dell’apparato giudiziario. Insieme a Sebastiano Ardita, Di Matteo rende onore, con la sua condotta professionale e istituzionale, ai magistrati assassinati dalla mafia come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il Sostituto Procuratore Nazionale, nel suo dialogo con ANTIMAFIADuemila, ha aggiunto: “Credo che la lotta alla mafia, in Italia come nel resto del mondo, non possa prescindere dalla ricerca di una giustizia uguale per tutti. Non possiamo amministrare una giustizia che protegge i potenti. Dobbiamo fondare la nostra credibilità sulla capacità di vigilare sul funzionamento del sistema giudiziario… voi giornalisti, raccontando i fatti, il popolo informandosi correttamente”. 


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Trasparenza, informazione e nuove generazioni

La trasparenza nell’esercizio del potere è il cuore della democrazia. Chi esercita il potere deve essere trasparente. Anche i magistrati devono essere trasparenti. La gente deve essere informata su ciò che emerge dalle indagini. La conoscenza è fondamentale per comprendere la lotta alla mafia, è importante dal punto di vista culturale”, ha spiegato.
Dobbiamo riporre fiducia nelle nuove generazioni, che rifiutino una volta per tutte i valori mafiosi. Ma per raggiungere questo obiettivo dobbiamo lavorare bene e informare bene, per trasmettere l’idea che la lotta alla mafia è una lotta per la libertà e per la democrazia”.


Nino Di Matteo e la Palestina

Durante l’intervista, il magistrato ha risposto anche a una domanda sulla situazione drammatica in Palestina. “La situazione della Palestina mi ha colpito come cittadino, come credente e come operatore della giustizia. Stiamo facendo troppo poco. Siamo di fronte a uno sterminio programmato, a un genocidio. La storia un giorno ci chiederà conto del fatto che non abbiamo fatto tutto il possibile per evitare questa situazione”. 


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Sebastiano Ardita e i sistemi penitenziari

Un altro aspetto affrontato, questa volta con il Procuratore Aggiunto di Catania, è il sistema penitenziario italiano, tema che Sebastiano Ardita conosce in profondità e sul quale ha scritto anche libri.
Partendo da questa competenza, le domande che gli abbiamo rivolto hanno spaziato dalla realtà locale a quella internazionale, con particolare riferimento al Sud America.
Il problema della criminalità organizzata, a livello nazionale e internazionale, è davvero centrale. Si tratta di una situazione in cui si intrecciano le realtà europea, italiana e sudamericana. In passato avevamo un sistema d’avanguardia, capace di rompere i legami interni ed esterni delle mafie. Gran parte di quel sistema è andato perduto, ma può essere recuperato”, ha dichiarato il magistrato catanese. 


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Il Sud America deve osservare attentamente questi sistemi e cercare di adattarli alla propria realtà. Deve istituire un sistema in grado di spezzare le connessioni interne ed esterne delle mafie”. 
È un percorso lungo ma non impossibile”, ha commentato. Occorre costruire processi con pene rigorose, supportate da un sistema carcerario efficiente. Le mafie rappresentano un problema internazionale che va risolto. Serve un’azione che comprenda la formazione degli agenti, l’indipendenza economica, un contesto culturale avverso ai modelli mafiosi; un ambiente capace di preparare i detenuti al rientro nella società”.  
(3 Agosto 2025)


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Foto © Paolo Bassani 

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