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La premier attacca i togati: “Superati i limiti”. Le opposizioni: “Patto fallito, milioni sprecati e diritti calpestati”

Sta suscitando forti polemiche la sentenza pronunciata ieri dalla Corte Ue sulla cosiddetta “valutazione dei Paesi sicuri” e sul “patto Italia-Albania”, relativo alla gestione dei migranti esclusi dal consueto, lungo iter burocratico per l’asilo. Secondo la Corte, un governo non può designare un Paese come sicuro sulla base di un decreto legge. Al contrario, questa scelta - hanno precisato i togati europei - deve essere sottoposta a un’attenta analisi e valutazione da parte di un giudice. Inoltre, fino a quando non entrerà in vigore il nuovo regolamento europeo, previsto per giugno 2026, un Paese può essere definito “sicuro” solo se offre garanzie di protezione a tutta la sua popolazione, senza eccezioni.
Il pronunciamento della Corte Ue è arrivato dopo il ricorso di due migranti del Bangladesh trasferiti nei centri albanesi previsti dal protocollo firmato dal governo di Giorgia Meloni con quello albanese di Edi Rama. Si tratta di centri pensati per trattenere i migranti in arrivo dal Mediterraneo e provenienti da Paesi ritenuti sicuri, in modo da esaminare le loro richieste di asilo in tempi rapidi e, in caso di esito negativo, procedere al rimpatrio. Ora, però, la Corte ha messo un freno a questa pratica - già pesantemente criticata fin dall’inizio, quando l’Italia si è impegnata a coprire tutti i costi, versando inizialmente circa 16,5 milioni di euro, con un costo totale stimato attorno ai 650-670 milioni complessivi - stabilendo che non si può aggirare il controllo giudiziario su decisioni di questo tipo. La sentenza ha sottolineato, inoltre, come l’Italia non abbia nemmeno garantito la possibilità di ricorso ai Paesi designati come “sicuri”, senza considerare che l’identificazione di tali Paesi appare poco chiaro.
In sostanza, i togati hanno chiarito che il criterio adottato dall’Italia per individuare i Paesi sicuri non è trasparente né conforme agli standard europei.


Le razioni

C’era da aspettarselo: la reazione del governo italiano, e in particolare di Giorgia Meloni, è stata durissima. Dall’aereo che la portava a Istanbul per un incontro con i leader di Turchia e Libia sui flussi migratori, la premier ha diffuso una nota definendo la sentenza della Corte Ue “sorprendente” e, parlando di “spazi che non le competono”, ha accusato la Corte di essersi spinta in un campo che spetta alla politica e non alla magistratura. Scontata anche la reazione dei vicepremier Salvini e Tajani, con il ministro Matteo Salvini che ha parlato di decisione “dannosa e contro gli italiani”. Resta il fatto che dal governo è arrivata comunque una precisazione netta: i centri in Albania continueranno a funzionare, ma come Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri), quindi non per applicare le procedure accelerate legate ai “Paesi sicuri”, almeno fino all’entrata in vigore delle nuove regole europee.

Se per Palazzo Chigi la sentenza della Corte Ue appare ingiustificata e invadente nei confronti del Parlamento sovrano, per la magistratura italiana le cose stanno diversamente. Questo vale soprattutto per l’Anm (Associazione nazionale magistrati), che ha visto nella sentenza una conferma della correttezza delle interpretazioni finora adottate dai tribunali italiani, che hanno più volte messo in guardia sulla legittimità dei fermi legati al protocollo Italia-Albania. Riguardo al tema, sicuramente delicato, Cesare Parodi, presidente dell’Anm, ha sottolineato che non si trattava di una posizione politica contro il governo, ma di un’interpretazione giuridica ora avallata anche dall’Europa. La Corte Ue - precisa Parodi - ha dimostrato che “nessuno ‘remava’ contro il governo” quando i tribunali non hanno riconosciuto la legittimità dei fermi dei migranti.

Molto più marcato, invece, l’intervento delle opposizioni in merito alla sentenza della Corte Ue. Giuseppe Conte, leader del Movimento Cinque Stelle, ha parlato di “schiaffo” annunciato e di “falso vittimismo” da parte del governo. Per quanto riguarda il Partito Democratico, Elly Schlein ha accusato l’esecutivo di aver violato le leggi e di aver speso inutilmente centinaia di milioni di euro per strutture in Albania che calpestano i diritti fondamentali dei migranti. Ma il governo, senza attendere la sentenza della Corte - e probabilmente prevedendone l’esito - aveva già cambiato la “destinazione d’uso” dei centri. 

Un progetto nato male e… proseguito peggio

Sul piano pratico, si è rivelato un fallimento totale rispetto agli obiettivi iniziali. Doveva accogliere fino a 3.000 richiedenti asilo al mese, ma da aprile opera soltanto come centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). In pochi mesi vi sono transitati appena 140 migranti: 37 sono stati rimpatriati, mentre 113 sono usciti per altri motivi, come la scadenza dei termini di trattenimento o il riconoscimento della protezione internazionale. Oggi nel centro ci sarebbero soltanto 27 persone. Si tratta di un drastico ridimensionamento dovuto, in larga parte, al fatto che i giudici italiani non hanno convalidato i trattenimenti dei migranti sbarcati in Italia e trasferiti a Gjader, in Albania, ritenendo non sicuri Paesi di provenienza come Egitto o Bangladesh. In ogni caso, la sentenza della Corte Ue, pur senza vietare l’attuale uso dei centri albanesi, ha messo nero su bianco due punti: da un lato, il loro sottoutilizzo; dall’altro, che l’idea originaria dell’esecutivo si è scontrata con la realtà giuridica e pratica.

Foto © Imagoeconomica 

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