Un altro pezzo di verità.
Il 2 agosto di quest'anno arriva accompagnato alla condanna definitiva all'ergastolo per Paolo Bellini, ex di Avanguardia Nazionale, killer di 'Ndrangheta e criminale dai mille volti.
La strage alla stazione di Bologna del 1980 in cui morirono 85 morti persone e in cui ci furono oltre 200 feriti si arricchisce con un'ulteriore tassello e apre la strada ad altre piste che potrebbero far luce su alcuni pezzi oscuri della nostra storia.
Partiamo dalle verità cristallizzate delle sentenze: l'eccidio fu parte integrale della cosiddetta 'strategia della tensione' ed è ormai un fatto incontrovertibile che agirono componenti rilevanti dello Stato in sintonia con la destra eversiva.
La magistratura di Bologna ha accertato che quella strage fu eseguita da esponenti di formazioni neofasciste su mandato di Licio Gelli, vertice della P2 di cui facevano parte tutti i capi dei servizi segreti del tempo, e fu organizzata da Umberto Federico D’Amato, uomo potentissimo e capo dell'ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno e referente della Cia in Italia.
Nel 1995 ci furono le sentenze della Cassazione per Valerio Fioravanti e Francesca Mambro; poi è toccato a Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini.
Assieme ai terroristi la magistratura di Bologna ha anche condannato Umberto Ortolani e Mario Tedeschi, tutti morti e non più imputabili, ma ritenuti dai giudici i mandanti, finanziatori e organizzatori della strage, come riconosceranno anche i giudici.
Le indagini sulla strage di Bologna sono state segnate da gravissime e ripetute azioni di depistaggio poste in essere da uomini ai vertici dei servizi segreti - il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte - che per questo motivo sono stati condannati con sentenze definitive unitamente a Francesco Pazienza altro importane agente segreto collegato con i servizi americani.
Poi arrivò l'affondo della procura generale di Bologna che avocò le indagini su sollecitazione dei familiari delle vittime di quella strage nel maggio 2020; per inciso all'epoca la procura di Bologna guidata da Giuseppe “Gimmi” Amato aveva invece chiesto l'archiviazione.
La lettura dei magistrati si era focalizzata sui mandanti della strage, tutta la destra eversiva di quegli anni e i servizi segreti; tutti impegnati in un'opera di destabilizzazione dell'ordine democratico.
Dopo il rinvio a giudizio fece ingresso nelle aule di giustiziai "il quinto" esecutore della strage, Paolo Bellini, assieme all'ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel, per depistaggio (condannato in via definitiva a 6 anni), e l'ex amministratore di condomini a Roma, in via Gradoli, Domenico Catracchia, per false informazioni ai pm (condannato in via definitiva a 4 anni). Ad inchiodare Bellini un video amatoriale che lo ritrae in stazione poco prima della strage e poi l'ex moglie, che lo riconosce nelle immagini, cambiando versione dopo 40 anni. 
Paolo Bellini
L'ex di Avanguardia nazionale è stato condannato con sentenza definitiva il primo luglio di quest'anno.
La corte aveva sottolineato nelle oltre 420 pagine di motivazione di sentenza che “senza ombra di dubbio alcuno" l’ex “di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini “sapeva perfettamente che il suo contributo (costituito o dal trasporto e dalla consegna - di tutto o di parte - dell'esplosivo - oppure di supporto logistico a coloro che l'esplosivo lo hanno portato e collocato) è stato non solo 'agevolativo' ma addirittura determinante ed essenziale nella realizzazione, a nulla rilevando la consapevolezza di questi ultimi dell'apporto contributivo ricevuto da parte di Bellini". Ancora, la corte aveva affermato che mentre i mandanti, gli organizzatori e i finanziatori ed alcuni degli esecutori materiali hanno agito con lo scopo di eversione dell'ordinamento democratico e di destabilizzazione dello Stato, "alcuni degli esecutori materiali (come Sergio Picciafuoco e Paolo Bellini) potrebbero aver agito anche perseguendo soltanto propri specifici e ulteriori obiettivi, vale a dire un rilevante compenso economico nonché continuare ad avere 'coperture' e 'protezione' ad opera di apparati deviati dello Stato, coperture e protezioni pacificamente acclarate in favore di Paolo Bellini, sia prima che dopo la Strage di Bologna". I giudici citano anche Sergio Picciafuoco, che risultava presente in stazione quel giorno, ma per l'attentato non è mai stato condannato ed è deceduto nel 2022.
Cosa potrebbe svelare Bellini?
La sua collaborazione con la giustizia potrebbe aprire diversi scenari e dare un impulso dirompente alla ricerca delle verità su molti misteri italiani.
Tuttavia alcuni sembrano che se ne siano già accorti. L'aggressione avvenuta pochi giorni fa ai danni di Bellini in carcere sembra confermare questa ipotesi. Vogliono tappargli la bocca prima del tempo? Vista la storia italiana molte linee di ragionamento conducono inevitabilmente a questo risultato.
Ma torniamo a quello che potrebbe rivelare Paolo Bellini ai magistrati se dovesse decidere di collaborare. 
Partiamo da un dato: Bellini, che seguì per conto dello Stato profondo la strage di Bologna del 1980, venne inviato in missione in Sicilia tra il 1991 e il 1992 come interlocutore dei mafiosi che preparano le stragi. A questi suggerì che per destabilizzare il Paese non era più sufficiente colpire in Sicilia, bisognava portare il terrore in tutta Italia, eseguendo attentati al Nord, a Firenze, a Milano, a Roma. Attentati che poi avvennero seguendo il taglio inconfondibile delle stragi fasciste (ma anche di Stato) degli anni '70 - '80.
Cosa potrebbe accadere se Bellini, collaborando, rivelasse per conto di chi andò in Sicilia negli anni '90?
Potremmo scoprire che sono gli stessi che sono dietro alla strage del 1980?
Un altro elemento importante lo ha raccontato l’avvocato Fabio Repici durante la conferenza di ANTIMAFIADuemila lo scorso 18 luglio: Paolo Bellini nel 1992 viene mandato in Sicilia. Lì agisce come intermediario tra lo Stato e i mafiosi nell'ambito della cosiddetta “seconda trattativa”, quella per recuperare le opere d’arte rubate dalla mafia in cambio di benefici carcerari ai boss detenuti. L'interlocutore di Bellini era il boss Nino Gioè, anch'egli uomo dei molti mondi vicinissimo ai servizi segreti. Sarà durante uno dei loro colloqui che Bellini suggerì di colpire il patrimonio culturale e artistico dello Stato anziché i magistrati.
Cosa che poi avvenne con le bombe del 1993.
Per conto di chi Bellini andò in Sicilia e chi furono gli elementi dietro alla "seconda trattativa"?
Moltissime strade si potrebbero aprire grazie a quest'ultima condanna definitiva.
Staremo a vedere se qualcuno avrà il coraggio di indagare, di non dimenticare, di rifiutare di arrendersi al potere imperante.
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