Il figlio del generale Dalla Chiesa ricorda Molinari e Antoniazzi: due storie di etica, impegno e servizio alla città
“Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento molto bene”. È con questa battuta che Nando Dalla Chiesa apre la sua riflessione, pubblicata sulle pagine del Fatto Quotidiano, su ciò che in questi giorni sta scuotendo la città di Milano, travolta dalla maxi-inchiesta sull’urbanistica e sulle nomine della Commissione Paesaggio del Comune. Un’analisi profonda per parlare di una Milano ormai “preda del tarlo della corruzione”, dei traffici opachi che ruotano attorno ad appalti, incarichi pubblici e al destino di luoghi iconici come San Siro o i nuovi grattacieli. “A che serve - si chiede Dalla Chiesa - la medaglia d’oro al valor militare della Resistenza, se non si sa resistere ai fondi d’investimento ebbri di ricchezza e di pretese di comando?”.
Allo stesso modo, il figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, guarda con sgomento a Reggio Emilia, dove si è consumato un secondo, doloroso “inchino” al potere mafioso: nello specifico, quello della ‘Ndrangheta, rappresentato dalla cosca Grande Aracri di Cutro. Anche qui, come a Milano, sembra smarrirsi la memoria della Resistenza e dei suoi simboli più alti, come i fratelli Cervi.
Nel tentativo di non soffocare nel malessere di una società sempre più carente di valori, Nando Dalla Chiesa - accademico, docente all’Università Statale di Milano e consulente della Commissione Antimafia - ha voluto ricordare due figure che rappresentano tutto ciò che c’è ancora di giusto e onesto nella sua Milano: Emilio Molinari e Sandro Antoniazzi, due volti diversi ma complementari della Milano operaia e impegnata. Il primo, Molinari, era un comunista carismatico, con il sorriso largo e una passione capace di accendere le assemblee di fabbrica. Il secondo, Antoniazzi, era un cattolico di profonda fede, pacato, riflessivo, vicino agli ultimi. “Li ricordo per come li ho conosciuti - scrive Dalla Chiesa -. Uno che rifiuta le burocrazie sindacali e dà vita ai mitici ‘comitati unitari di base’ della Borletti. L’altro che rappresenta invece il sindacato ‘moderato’ e ne porta la solidarietà in ribollenti assemblee studentesche alla Statale di Milano. Entrambi capaci di interpretare nuove domande sociali. Molinari che arriva al Parlamento europeo e, senza saper di mafia, coglie come affronto morale la presenza di Salvo Lima; realizzando su di lui uno storico e coraggioso pamphlet intitolato Un amico a Strasburgo. O che sposa la battaglia ambientalista fino a promuovere, con altri temerari, il referendum sull’acqua bene pubblico, raggiungendo l’impossibile quorum e vincendo. Antoniazzi che cerca - riuscendoci! - di costruire la figura del sindacalista-intellettuale in un mondo in cui si rovesciano le culture, fino a frequentare le università non solo se in tumulto, ma anche dalla cattedra, con dense lezioni-testimonianza, dando nuove parole alla diocesi milanese”.
Insomma, il messaggio di Dalla Chiesa è chiaro: in un’epoca in cui la corruzione e il compromesso morale sembrano dominare, l’esempio di persone come Molinari e Antoniazzi deve essere custodito e raccontato. Non per nostalgia, ma perché dimostrano che un’altra politica, un altro impegno civile, nonostante tutto, sono davvero possibili. Anche oggi.
Foto © Imagoeconomica
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