Arrestate 31 persone nel corso dell'operazione “Messa a Fuoco” eseguita dai Carabinieri del Comando provinciale di Bari che ha permesso di sgominare un'associazione dedita al narcotraffico.
Cruciali - ancora una volta - intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali che hanno permesso di rivelare la struttura piramidale delle organizzazioni e la precisa ripartizione dei ruoli: promotori, dirigenti, contabili, organizzatori e venditori al dettaglio di cocaina. Gli indagati utilizzavano nascondigli ingegnosi per nascondere la droga, come le intercapedini dei box seminterrati e i muretti a secco, per ridurre il rischio di perquisizioni da parte delle forze dell'ordine e un linguaggio convenzionale per scongiurare il pericolo di intercettazioni.
Non sono mancati nemmeno episodi di estorsione e di vendita di droga anche ai minorenni.
Dopo l'arresto di alcuni promotori di una delle due associazioni, altri membri, tra cui una donna, hanno assunto il controllo delle operazioni illecite, continuando a recuperare i proventi dello spaccio e garantendo la continuità dell'attività criminale. Gli investigatori hanno scoperto che un gruppo era sotto la direzione di un detenuto che dal carcere dava ordini per gestire il traffico di droga. Gli spacciatori seguivano turni, anche durante le festività, e usavano schede telefoniche intestate a prestanomi, social network e applicazioni di messaggistica per evitare le intercettazioni. Sono state documentate videochiamate tra i membri delle associazioni, inclusi i capi detenuti.
Le indagini sono scattate a seguito di un incendio doloso di veicoli avvenuto a Turi: una ritorsione, secondo i magistrati, contro un gruppo criminale per aver violato il divieto di spacciare droga nella zona. Sono state identificate due associazioni armate rivali, dedite al traffico di cocaina, facenti capo ai clan baresi Parisi e Strisciuglio, gruppi strutturati in modo piramidale e in lotta per il controllo della piazza di spaccio turese.
Procuratore Bari: 'Ministero intervenga sui cellulari in carcere'
"Attraverso il Dap", il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria, "il ministero dovrebbe dare una risposta più concreta" al "problema enorme" dell'utilizzo dei "cellulari nelle carceri", per il quale "occorre un intervento più efficace, un sistema di controllo". Lo ha detto il Procuratore di Bari, Roberto Rossi, nella conferenza stampa in cui oggi sono stati forniti particolari dell'operazione di oggi. "Non sono più piccoli telefonini, ma smartphone. È una delle questioni su cui chiediamo al ministero di intervenire, non credo che i cittadini vogliano le riforme della magistratura, ma interventi sulla criminalità organizzata. Purtroppo il Dap allo stato attuale non ha un punto di riferimento". "I detenuti riescono a ricevere e usare cellulari con facilità", ha sottolineato anche il procuratore aggiunto e coordinatore della Dda di Bari, Francesco Giannella, usandoli "anche solo per dimostrare la propria caratura criminale. Girare video e metterli sui social serve a mostrare la sfrontatezza di queste persone e serve a dimostrare il proprio carisma criminale", ha aggiunto.
