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gargani-giuseppe-webL'europarlamentare dell'Udc tirato in ballo da Martelli e Scotti
di Aaron Pettinari - 16 giugno 2012
Tra gli indagati per la trattativa Stato-Mafia in tre attendono ancora la notifica dell'avviso di conclusione indagini: Giovanni Conso (ex ministro della Giustizia), l’ex capo dell’amministrazione carceraria Adalberto Capriotti, e l’europarlamentare Udc (ex Dc ed ex Forza Italia), Giuseppe Gargani. Per loro l'accusa è di false informazioni al pubblico ministero ma la legge prevede che l'inchiesta, in questo caso, sia bloccata fino alla definizione in primo grado del processo principale, quello, appunto, sulla trattativa e che vede sotto accusa nomi eccellenti della politica (Mancino, Dell'Utri, Mannino), ufficiali dell'arma (Mori, De Donno, Subranni), boss mafiosi (Riina, Bagarella, Provenzano, Brusca, Cinà) e il figlio di don Vito, Massimo Ciancimino.

La figura di Gargani è stata tirata in ballo in particolare dall'ex guardasigilli Claudio Martelli e dall'ex ministro Scotti anche recentemente. Interrogati i primi di giugno, gli “smemorati” tornano a far riaffiorare i ricordi di quel terribile anno, poche settimane dopo la strage di Capaci. Gargani viene accusato da Martelli e Scotti di aver spinto per una tiepida azione antimafia. Non solo. Si sarebbe anche proposto personalmente a Bettino Craxi per prendere il posto dello stesso Martelli al ministero della Giustizia, spingendo anche l'allora ministro Scotti a non accelerare l'iter per la conversione in legge del decreto antimafia dell'8 giugno, “in vista della formazione del nuovo governo”. A raccontarlo è proprio l'ex ministro nel suo libro “Pax Mafiosa o guerra? A vent’anni dalle stragi di Palermo” e successivamente l'ha ribadito anche ai pm: “L’onorevole Gargani, membro della commissione Giustizia della Camera, mi consigliò di non insistere sul rapido iter di ratifica e di aspettare la formazione del nuovo Governo che avrebbe, secondo lui e molti altri, potuto procedere alla riformulazione del decreto in vista della sua conversione”. “Le perplessità manifestatemi – prosegue Scotti - riguardavano l’impianto complessivo del decreto e quindi, oltre che le norme introdotte nel Codice di procedura penale in tema di acquisizione e conservazione delle prove, anche il 41 bis dell’Ordinamento penitenziario; con il ministro Martelli decidemmo comunque di tenere fermo quel testo e di insistere per la sua conversione in legge, senza aspettare l’insediamento del nuovo Governo. D’altra parte, benché il Governo fosse in carica sostanzialmente per l’ordinaria Amministrazione, era troppo importante reagire efficacemente e tempestivamente dopo la strage di Capaci e per questo venne tempestivamente studiato, predisposto ed approvato il decreto legge dell’8 giugno”.
Ma l'accusa di Scotti non riguarda solo Gargani in quanto quella, a suo dire, era una linea condivisa anche da altri appartenenti alla Dc e di altri partiti di Governo ed opposizione. Un aspetto grave, se si considera che certe posizioni venivano prese a poche settimane dalla strage in cui persero la vita Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Infine, nell'interrogatorio, Scotti torna a ribadire la propria sensazione di solitudine e di aver individuato proprio nella propria attività antimafia contraria a molti il motivo della propria sostituzione al Ministero dell'Interno.
Ancor più forte l'accusa messa a verbale il 6 giugno scorso da Claudio Martelli. Secondo quest'ultimo, Gargani gli avrebbe confidato che “Scotti era stato sostituito perché all’interno della Democrazia cristiana c’era un evidente fastidio per l’azione antimafia svolta da Scotti”. Sentito in qualità di persona informata sui fatti ha confermato “l’invito che l’onorevole Gargani aveva fatto al ministro Scotti 'a non insistere' per la conversione in legge del decreto dell’8 giugno 1992”. Ma Martelli racconta anche altro: “Seppi successivamente che in quel periodo, coincidente con la designazione di Giuliano Amato come presidente incaricato per la formazione del nuovo governo, lo stesso Gargani si era proposto all’onorevole Craxi per assumere l’incarico di ministro della Giustizia nel governo in formazione. Ciò appresi direttamente dallo stesso Gargani in un periodo in cui entrambi eravamo parlamentari europei e, per quel che ricordo, collocabile intorno al 2000 poco dopo la morte di Craxi. Fu lo stesso Gargani ad invitarmi a cena a Strasburgo e a riferirmi che nel 1992 si era proposto a Craxi per assumere, in mia sostituzione, l’incarico di ministro della Giustizia. Mi precisò che era andato a candidarsi da Craxi (cosa certamente inusuale in ragione dell’appartenenza a diverso partito) perché riteneva che io fossi non sufficientemente determinato a contrastare con forza le indagini di Mani Pulite, assicurando che egli invece sarebbe stato in grado di fermare quell’indagine. Mi riferì che, diversamente, la sostituzione di Scotti era stata causata dal malcontento diffuso nel suo partito in particolare per i numerosi decreti di scioglimento di consigli comunali decisi da Scotti nella sua funzione di ministro dell’Interno”.
Quindi Martelli racconta ai pm anche un colloquio avuto con lo stesso Giuliano Amato nel quale questi gli avrebbe rivelato che Craxi non lo voleva come Ministro della Giustizia salvo poi tornare sui propri intenti. 

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