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toga-trib-webTra i dodici indagati, mafiosi, politici ed ex ministri. E Ciancimino si dice pronto a confermare le accuse.
di AMDuemila - 14 giugno 2012
Dopo quattro anni sono state concluse le indagini sulla trattativa tra lo Stato e la mafia che vent'anni fa vide seduti intorno allo stesso tavolo rappresentanti delle istituzioni e di Cosa nostra per porre fine a quella che fu la strategia della tensione caratterizzata dalle autobombe del '92-'93. Una vicenda per la quale ieri la Procura di Palermo ha notificato l'avviso di conclusione delle indagini a dodici indagati. L'atto ha come destinatari due ex ministri, Mancino e Mannino, il senatore Dell'Utri, gli ufficiali dei carabinieri Subranni, Mori e De Donno, Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, e i capimafia Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano e Nino Cinà. Ai capimafia indagati i pm contestano il reato di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato. Stessa accusa viene fatta a Mannino, ex ministro dell'Agricoltura e per il Mezzogiorno, già processato e assolto con sentenza definitiva dal reato di concorso in associazione mafiosa e al senatore Dell'Utri.

Di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato rispondono anche l'ex capo del Ros Antonio Subranni, il suo vice dell'epoca Mario Mori e l'allora capitano Giuseppe De Donno. "Hanno agito per turbare la regolare attività dei corpi politici dello Stato - si legge nell'atto d'accusa -. Hanno agito in concorso con l'allora capo della Polizia Parisi e il vice direttore del Dap Di Maggio, deceduti". Per Massimo Ciancimino, invece, il reato contestato è il concorso in associazione mafiosa e di calunnia aggravata nei confronti dell'ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Nicola Mancino, nel '92 al dicastero dell'Interno, risponde di falsa testimonianza. Nell'indagine sono finiti anche l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, l'ex capo del Dap Adalberto Capriotti e l'europarlamentare dell'Udc Giuseppe Gargani: per loro l'accusa è di false informazioni al pubblico ministero ma l'avviso di conclusione indagini non è stato notificato. La legge prevede che l'inchiesta, in questo caso, sia bloccata fino alla definizione in primo grado del processo principale, quello, appunto, sulla trattativa.
Secondo l’accusa, in pratica, uomini dello Stato e uomini di Cosa nostra avrebbero agito “in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in concorso tra loro” e con Parisi e Di Maggio. Da una parte c’era la minaccia mafiosa, contro il Governo, con “il prospettare l'organizzazione e l'esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle Istituzioni”. Il tramite sarebbe stato don Vito Ciancimino: ai boss interessava avere una legislazione favorevole, un trattamento carcerario di comodo, processi da chiudere con sentenze di assoluzione. Subranni, Mori e De Donno, dopo avere avviato i contatti con don Vito, avrebbero favorito “lo sviluppo della trattativa fra lo Stato e la mafia, attraverso reciproche parziali rinunce”. Da una parte Cosa Nostra con la rinuncia “alla prosecuzione della strategia stragista”, dall'altra i rappresentanti delle Istituzioni con la rinuncia “all’esercizio dei poteri repressivi dello Stato”. Secondo i pm con questi cedimenti sarebbero stati rafforzati i propositi ricattatori. Altra merce di scambio la prosecuzione della latitanza di Provenzano.
Per quanto riguarda Mannino questi sarebbe intervenuto per salvare se stesso, dopo l’omicidio di Salvo Lima, “esercitando indebite pressioni” a favore dei mafiosi. Bagarella e Brusca, “per il tramite di Vittorio Mangano e di Dell’Utri”, avrebbero invece pressato su Berlusconi. All'ex premier, andato al potere, nel marzo ’94, furono chiesti interventi sulle leggi, i processi e il trattamento carcerario per evitare che ci fossero nuovi attentati, del tipo di quelli di Roma, Firenze e Milano del ’93. Dell’Utri, quindi, avrebbe sostituito Lima e Ciancimino nelle relazioni con la mafia, agevolando “il progredire della trattativa” e “la ricezione di tale minaccia da Berlusconi, dopo il suo insediamento come capo del Governo”.
Per quanto riguarda Massimo Ciancimino all'interno del fascicolo sulla trattativa sono state riunite le indagini per concorso in associazione mafiosa e la più recente per calunnia aggravata. Il figlio di don Vito, il super-teste che ha dato inizio all’indagine, è stato ritenuto estraneo alle intese tra pezzi delle Istituzioni e di Cosa nostra, ma responsabile solo di avere svolto “costantemente il ruolo di latore di messaggi scritti e comunicazioni orali (aventi ad oggetto argomenti di primario rilievo per la predetta organizzazione mafiosa) fra il padre, Vito Ciancimino, e Bernardo Provenzano”.
Nello stesso contesto e allo stesso imputato viene pure contestata la calunnia aggravata nei confronti dell'ex capo della polizia, Gianni De Gennaro, che l'imputato avrebbe cercato di incastrare fabbricando un pizzino in cui il cognome del magistrato "Di Gennaro", tratto da uno scritto di Vito Ciancimino, sarebbe stato trasferito in un altro biglietto, compilato ancora una volta dall'ex sindaco mafioso e contenente i cognomi di funzionari dello Stato asseritamente infedeli. "Di Gennaro" sarebbe stato fatto passare per "De Gennaro", ma il taroccamento fu scoperto.
Ciancimino fa sapere che ribadirà le sue dichiarazioni e intende provare di non aver manomesso alcun documento. Si è anche detto dispiaciuto perché non tutti i procuratori hanno voluto mettere la propria firma sull’atto, dato che – ha dichiarato – “io in questa vicenda ci ho messo la faccia e la vita”. E ha aggiunto: "Io so di essere responsabile di questa trattativa che ha accellerato la morte di Borsellino, ma non sono il solo".
In merito alla conclusione delle indagini è intervenuto il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia: “Fa ancora più impressione sapere che mentre i mafiosi uccidevano e seminavano morte e terrore con le bombe, c'era qualcuno dello Stato che trattava la tregua dietro le quinte". “La mafia - ha proseguito il magistrato - contrariamente ai cliché e ai luoghi comuni, che la intendono come antistato, non è antistato, ma ha una relazione organica e stabile con gli apparati. Con le classi dirigenti del nostro Paese, locali e nazionali, e quindi in questo ambito, l'alternarsi di momenti di guerra e momenti di pace sono in realtà una sorta di braccio di ferro interno al blocco e al sistema di potere che ha governato il nostro Paese in senso economico, sociale e politico".
"La verità è che tutta la storia del confronto fra mafia e Stato non è una storia di guerra, ma di tregue e trattative. Lo Stato italiano, soltanto in brevi periodi e brevi parentesi in cui si sono create emergenze nazionali ed emozioni collettive all'indomani della stragi, ha creato una legislazione forte ed efficace. Ma erano semplicemente delle norme tampone - ha concluso Ingroia - mentre dietro le quinte già ci si dava da fare per stipulare una nuova tregua, un nuovo patto di connivenza". L'avviso conclusivo non e' stato firmato né dal procuratore capo, Francesco Messineo, né dal sostituto Paolo Guido. Messineo, che non è formalmente titolare del procedimento anche se ha partecipato a numerosi atti di indagine ha poi commentato: "Il mio visto su un avviso di conclusione di indagine non è obbligatorio come accade invece per le richieste di misura cautelare. Ne' avevo l'obbligo di firmare l'atto non essendo coassegnatario dell'indagine. E comunque la richiesta di rinvio a giudizio non e' stata ancora fatta''. Oltre a lui non ha firmato anche il pm Paolo Guido, titolare a tutti gli effetti (seppur non dall'inizio dell'inchiesta ndr), che ha invece espresso un dissenso rispetto alla linea portata avanti dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dai sostituti Nino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene (quest'ultimo subentrato recentemente per la parte che riguarda l'omicidio Lima), che sono gli autori dell'atto di accusa.

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