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provenzano-angelo-webIeri una puntata dedicata al caso Borsellino e alla trattativa Stato-Mafia
di AMDuemila - 16 marzo 2012 - VIDEO-INTERVISTA
La Verità è stato il titolo dell’ultima puntata del programma condotto da Michele Santoro, Servizio Pubblico. Ospiti in studio per discutere della deriva terroristica della mafia, della trattativa tra Stato e mafia, nonché della recente sentenza della Cassazione su Marcello Dell’Utri, Walter Veltroni, l’ex ministro della Giustizia, Claudio Martelli, Salvatore Borsellino, e il procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Antonio Ingroia, in collegamento da Chicago, e Valeria Grasso, coraggiosa imprenditrice che ha denunciato i suoi estorsori e che è costretta a vivere sotto protezione.

Una serata in cui ha fatto discutere, e non poco, l'intervista ad Angelo Provenzano. Un documento esclusivo in cui la giornalista Dina Lauricella ha posto una serie di domande al figlio del Capo dei Capi di Cosa Nostra, per la prima volta intervenuto ad una trasmissione televisiva.
Con parole misurate, ed intervallate dai sospiri prima di essere pronunciate, il primogenito del boss corleonese ha lanciato una serie di messaggi, anche intimidatori, riconosciuti dagli ospiti come “tipicamente mafiosi”.
Nel chiedere che al padre vengano riconosciuti “diritti e dignità” ha detto: “Mio padre vive un decadimento neurologico tale da non poter permettere la somministrazione di cure chemioterapiche per il suo tumore alla prostata. È sempre un cittadino italiano, un essere umano, la dignita umana va rispettata. Quello che chiedo è che si faccia una perizia per capire se mio padre è capace di intendere e di volere, se a livello neurologico possa essere curato. Vorrei dignità. Ma deve stabilirlo lo Stato. Noi siamo consapevoli che sarà difficile che venga scarcerato, chiediamo però che venga curato”. Molti sono i mafiosi che sono però riusciti a sfuggire alla giustizia, proprio perché dichiarati incapaci di intendere e di volere, e la stessa giornalista spiega a Provenzano jr che laddove questa venisse accertata per suo padre si potrebbe mettere a rischio “il proseguimento di processi fondamentali”. La posizione di Angelo è però altrettanto chiara: "Che qualcuno allora si prenda la responsabilità di istituire la pena di morte anche ad personam”. E poi ha aggiunto: “Violenza genera violenza quindi cosa dobbiamo fare? Ci accaniamo?”.
Quindi Provenzano jr ha toccato anche altri temi come quello delle deviazioni interne allo Stato. Lo ha fatto parlando di infiltrazioni e “servizi” pur senza citarli direttamente: “Ho studiato la strage di Portella della Ginestra. Per 50 anni si è parlato del bandito Giuliano. Ora, forse, si scopre che agì un gruppo di granatieri dell' Esercito italiano”. Poi, incalzato dalle domande di Dina Lauricella, è stato più esplicito sulle stragi: “Alle domande sulle stragi può rispondere solo mio padre, ma, visto Portella della Ginestre, mi sembra un copione recitato una seconda volta. Non è così che si può fondare uno Stato che dà sicurezza. Quando qualcosa parte dall'interno dello Stato, si rischia di perdere fiducia...”.
Alla domanda su chi siano per lui Falcone e Borsellino, il figlio di Bernardo Provenzano ha risposto: “Per me sono due vittime immolate sull'altare della Patria. Sono due vittime della violenza”. Inoltre ha sfiorato anche il tema delle protezioni ricevute fino alla cattura: “Se mio padre non fosse stato latitante per 43 anni, molto probabilmente avrebbe preso qualche ergastolo in meno. Se fosse stato catturato forse io non sarei nemmeno nato. Io ho 16 anni della mia vita passati da latitante. Solo per essere nato col cognome Provenzano. Se qualcuno mi dice che questi 16 anni li debbo a mio padre io rispondo forse sì, forse no. Forse sì perché lui si poteva costituire. Forse no perché se fosse stato arrestato prima, se lo Stato funzionava bene, io non mi facevo la latitanza...”.
Sempre evitando di pronunciare la parola mafia il figlio di Bernardo Provenzano ha affermato diverse volte di rispettare la legge e di aver ereditato dal padre il senso del rispetto: “La verità processuale dice che mio padre è stato il capo di Cosa Nostra. Certo, a pensare che oggi, a distanza di venti anni dalle stragi, si sta parlando di revisione, dobbiamo riscrivere qualche verità a questo punto”. E sui pentiti ha aggiunto “sono un’anomalia tutta italiana”. Secondo il figlio del boss di Cosa Nostra: “Stiamo parlando di uomini e si possono dare anche delle indicazioni sbagliate. In ogni cosa in cui c’è l’uomo c’è la possibilità dello sbaglio”.
Alla domanda se la mafia gli fa schifo, ha ribattuto: “Tutti i tipi di violenza mi danno fastidio”. Una contraddizione in termini rispetto al precedente “Violenza genera violenza”.
E proprio queste velate minacce che, come ha ricordato in studio il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, richiamano al passato. In particolare a quel lontano 1993, quando i parenti dei detenuti per mafia sottoposti al regime del 41 bis tentarono di fare pesanti pressioni sul presidente della Repubblica del tempo, Oscar Luigi Scalfaro, con una lettera dai toni “arroganti” ed “intimidatori”. Gli stessi che si sono ritrovati nelle parole del figlio del boss corleonese, sebbene questi abbia parlato in maniera pacata di rispetto della legge e di dignità umana. In merito alla condizione carceraria, come ha fatto Ingroia, è doveroso precisare che: “Il detenuto Provenzano è un privilegiato perché ha tutte le cure del suo caso prestate da medici specialisti e non deve sopportare il sovraffollamento carcerario come i detenuti comuni”.
Decisamente dura è stata la reazione di Salvatore Borsellino che ancor prima della messa in onda dell'intervista aveva detto: “È vergognoso che il figlio del boss venga in tv a reclamare la sua cambiale dallo Stato. Si tratta di un linguaggio mafioso il suo”.
Immediate le reazioni anche all’indomani dell’intervista. Sonia Alfano, eurodeputata e responsabile nazionale del Dipartimento Antimafia di Italia dei Valori, ritiene che “ieri sera una buona parte dei cittadini italiani, dopo aver subito per oltre quarant’anni la furia di una bestia feroce qual è stato Bernardo Provenzano, ha dovuto subire anche la violenza verbale di suo figlio. Espressioni come ‘la violenza genera violenza’ e ‘cosa dobbiamo fare? Ci accaniamo?’ sono evidenti minacce. Siamo certi che la procura aprirà un fascicolo per chiarire a chi erano rivolti questi messaggi non troppo subliminali e se non si tratti realmente di una gravissima intimidazione nei confronti dello Stato, che ovviamente non può passare inosservata”. “L’atteggiamento di Angelo Provenzano – continua la Alfano – ricorda molto quello del padre. Così anche il suo linguaggio, come ha sottolineato il procuratore Ingroia. Angelo Provenzano non pronuncia mai la parola ‘mafia’, come a volerne negare l’esistenza, e parla di ‘rispetto assoluto’ trasmessogli dal più sanguinario capomafia che la storia del nostro Paese abbia conosciuto. E’ un’indecenza e mi auguro che i mezzi di informazione evitino, in futuro, di fare da cassa di risonanza rispetto a sproloqui di quel tipo”.
E mentre il figlio invoca in tv cure per il padre “gravemente malato”, i periti nominati dalla Corte d’assise d’appello di Palermo ritengono il capomafia Bernardo Provenzano “capace di stare validamente in giudizio”. La perizia, ordinata dai giudici, esclude dunque quanto sostenuto dalla difesa a proposito della demenza e dell’incapacità di Provenzano di capire quel che avviene attorno a lui. Il processo nel cui ambito è stato effettuato l’accertamento riguarda l’omicidio di Ignazio Panepinto, ucciso a San Giovanni Gemini (Agrigento) nel 1990. Imputato è pure Totò Riina: anche per lui il difensore aveva sollecitato la perizia d’ufficio, ma i giudici non avevano ritenuto che ve ne fossero gli estremi, mentre avevano deciso di fare indagare i sanitari, un neurologo e uno psichiatra, Iaccarino e Crisci, su Provenzano. Il boss corleonese, comunque, non è in perfetta salute e soffre di alcune patologie, legate anche all’età avanzata (ha compiuto 79 anni a fine gennaio). L’udienza di venerdì è stata rinviata per lo sciopero degli avvocati. Il 30 marzo i due esperti saranno interrogati in aula.

La Trattativa
Ad aprire la puntata di ieri però sono state le parole di Agnese Borsellino, vedova del giudice, che ha raccontato alcuni momenti di quei 57 giorni passati tra la strage di Capaci a quella di via d'Amelio.
Spesso usciva da solo per passeggiare o comprare le sigarette. Non volevano che fossero colpiti i suoi angeli custodi, la sua scorta. Ritengo che mio marito sia stato abbandonato al suo destino di morte. Quando andò a trovare sua madre, dissi che volevo andare con lui, ma mi rispose che era tardi e andava di fretta. Ci salutò come se stesse partendo. Perdono – ha aggiunto la signora Borsellino – solo coloro che mi dicono la verità. Dicano quel che sanno, abbiano il coraggio di dire perché hanno ucciso mio marito. Di fronte al coraggio io mi inchino: ho rispetto per chi si redime”.
E alla grande dignità della signora Borsellino si è accompagnata la richiesta di giustizia del fratello del giudice, Salvatore, che è intervenuto anche in favore dei magistrati che attualmente stanno indagando sulla trattativa. “Da anni che dico che mio fratello è stato ucciso perché si è messo di traverso su una scellerata trattativa tra Mafia e pezzi di Stato. Quando si avvicina alla verità aumentano gli ostacoli e la resistenza affinché la porta della verità venga aperta. Oggi i magistrati stanno cercando di togliere il velo nero che copre la verità e sentono la resistenza affinché la porta rimanga chiusa: su tutte le stragi di stato si vede lo stesso meccanismo, depistaggi, coperture.
o ho paura dell'incolumità fisica di questi magistrati che si occupano di quei fatti. Sento un clima pesante. È un momento in cui si passa da un potere a un altro”.
Anche il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, ha espresso la propria preoccupazione: “Dal buio e dal sangue di quella stagione non ci siamo ancora affrancati e non lo faremo finché non conosceremo la verità. Però la verità, quando è così difficile, quando non viene fuori, questo è dovuto al fatto che si tratta di una verità imbarazzante. Quindi non bastano i Magistrati per far uscire fuori la verità, ma è il Paese che deve dimostrare di volerla sapere e finora ha dimostrato di non volerla sapere”.  
A portare altri elementi nel filo conduttore della strage di via d'Amelio è stata poi trasmessa la deposizione audio che la moglie di Borsellino rilasciò ai magistrati di Caltanissetta il 27 gennaio 2010 in merito alla figura dell’ex generale dei Ros, Antonio Subranni. Era il 15 luglio 1992, quattro giorni prima della strage. Paolo Borsellino e sua moglie Agnese, parlano sul balcone di casa, a Palermo. “Mio marito era sconvolto e mi disse testualmente: ‘Ho visto la mafia in diretta, perché mi hanno detto che il generale Subranni era punciutu’. […] E tre giorni dopo – continua Agnese – Paolo durante una passeggiata sul lungomare di Villagrazia di Carini mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere”.
 mentre Martelli e Veltroni hanno cercato di puntare i riflettori sul ruolo dei servizi segreti nelle stragi è stato ancora Salvatore Borsellino a ribadire la responsabilità della politica: “Vogliamo la verità, anche dalla politica che ancora oggi sta pagando le cambiali di questi accordi con la mafia. Dopo la morte di Paolo, con i Governi che si sono succeduti sia di destra che di sinistra non abbiamo fatto altro che pagare delle cambiali, come la strage di Via dei Georgofili che è servita per alzare il prezzo della trattativa”.

Il processo Dell'Utri
La puntata di ieri, infine è stata anche occasione per ritornare sulla controversa sentenza da parte della Cassazione che ha annullato con rinvio l processo d'Appello a Dell'Utri. E se il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” Marco Travaglio ha spiegato l'iter procedurale del processo che al momento non porta affatto all'assoluzione del senatore, il procuratore Ingroia ha potuto spiegare meglio le proprie parole dei giorni scorsi (“il problema non è il processo, ma l'imputato”). “I magistrati – ha detto - sono bravi solo o quando sono morti o quando si occupano di giustizia militare. Quando invece l’imputato è un personaggio più potente, contro di loro si scatena il diluvio. Questo è quanto successe anche a Falcone e Borsellino quando, dopo il maxi, alzarono il tiro sull'imprenditoria mafiosa e sui politici. Oggi in carcere ci sono molti imputati per concorso esterno che sono piccoli imprenditori, piccoli amministratori e alla Cassazione è andato bene: solo quando l'imputato è potente, iniziano le polemiche. Il rinvio della cassazione a Dell’Utri non significa che è innocente. In questo caso il procedimento si sarebbe chiuso definitivamente. Il rinvio è stato fatto solo perché la motivazione non era valida. Si torna così alla condanna in primo grado a 9 anni di carcere, non a una dichiarazione di innocenza”.

INTERVISTA Il figlio del Boss Provenzano (parla per la 1a volta a Servizio Pubblico 15.3.2012)



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