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dellutri-marcello-big3di Monica Centofante - 15 marzo 2012
Non si smentisce il Consiglio Superiore della Magistratura. Riunito ieri in seduta plenaria anche per discutere delle accuse mosse a mezzo stampa al sostituto procuratore generale della Cassazione che venerdì scorso ha chiesto e ottenuto dal giudice Aldo Grassi, amico dell'”ammazza-sentenze” Corrado Carnevale, il  rinvio a giudizio al processo contro il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri.

Il Pg della Suprema Corte Vitaliano Esposito, superiore di Iacoviello e membro del Csm, ha preso la parola per dire di aver “pienamente condiviso” la requisitoria del collega, “uno dei migliori magistrati, un professionista non permeabile a qualsiasi pressione”. Quindi “incondizionato appoggio” e un interrogativo: può “la libertà di espressione estendersi fino al vilipendio del magistrato”?
Una domanda che suona stonata, per non dire farsesca, di fronte alle mille, sistematiche accuse sferrate da certa stampa e certa politica contro i magistrati che lavorano a indagini estremamente delicate: quelle sulle stragi, sulla trattativa tra Stato e mafia negli anni delle bombe, sulle collusioni politiche e istituzionali. Alle quali si è sempre contrapposto il tombale silenzio dell'organo di autogoverno delle toghe.
Chi tace acconsente. E ieri hanno taciuto gli autorevoli membri dell'autorevole Csm di fronte a quella levata di scudi a favore dell'operato di un magistrato che ha offeso i propri colleghi e ridicolizzato un istituto giuridico, il concorso esterno in associazione mafiosa, esprimendo giudizi inopportuni, infondati, estremamente gravi. Quelli sì, meritevoli di critica e, a volersi rovinare, dell'apertura di un fascicolo disciplinare.
Gli estremi ci sarebbero, in particolare per quanto concerne quell'accusa, messa nero su bianco, che la sentenza d'appello contro Marcello Dell'Utri, condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, non avrebbe mai citato la sentenza Mannino. Testuale, “la Mannino metodicamente ingorata”. Niente di più falso, e per scoprirlo è sufficiente scorrere le pagine di quel documento.
Ci si domanda perché allora quell'attacco infamante, contro cui nessuno osa schierarsi. E che non rimane un caso isolato nello schema della requisitoria di Iacoviello, pubblicata qualche giorno fa sul sito del trimestrale “Diritto penale contemporaneo”.
Un viaggio tra interpretazioni filosofiche del diritto e curve semantiche, un susseguirsi di vocaboli, sinonimi, precisazioni cavillose, ma davvero poca sostanza.
“C'è un capo di imputazione che riempie quasi una pagina”, scrive Iacoviello, “ebbene, dopo averlo letto, possiamo metterlo da parte”. Perché “lì dentro non c'è il fatto per cui l'imputato è stato condannato”. E “la cosa più difficile”, in questo processo, è trovare proprio lei, “l'imputazione. Bisogna andarsela a cercare nelle pagine del processo. Estrarla da una mezza frase, da un verbo, da un sostantivo”.
Una conclusione sorprendente e paradossale per un imputato come Marcello Dell'Utri, con una serie così lunga di capi d'imputazione che per riportarli tutti sono servite tre pagine di documento.
Il senatore Dell'Utri, si legge nella sentenza contestata, è imputato “per avere concorso nelle attività della associazione di tipo mafioso denominata Cosa Nostra, nonché al perseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione della medesima associazione l’influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario ed imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento ed alla espansione della associazione medesima”.
Ad esempio: “Partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della organizzazione”; intrattenendo “rapporti continuativi con l’associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio criminale, tra i quali Bontate Stefano, Teresi Girolamo, Pullarà Ignazio, Pullarà Giovanbattista, Mangano Vittorio, Cinà Gaetano, Di Napoli Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele, Riina Salvatore”; “provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione”; “ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano”.
Così rafforzando “la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto, tra l’altro, determinava nei capi di Cosa Nostra ed in altri suoi aderenti la consapevolezza della responsabilità di esso Dell’Utri a porre in essere (in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte ad influenzare – a vantaggio della associazione per delinquere – individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario”.
Non è bastato tutto questo al Pg Iacoviello, che l'imputazione - suona perfino ridicolo affermarlo - non è riuscito a trovarla. Che ha tentato di spezzettarla e disperderla nei 13 capitoli di cui è composto il suo schema, con tesi al limite della stravaganza. E una stoccata ai colleghi che lo hanno preceduto: “Poiché non abbiamo un'imputazione, siamo per forza costretti ad elaborare molteplici teorie del caso, cercando di trovare quella più adeguata al fatto e conforme al diritto. Ma è un'operazione che non comporterebbe alla Cassazione. Doveva essere fatta nei gradi precedenti”.
Poi il solito attacco al pentitismo: la Convenzione Europea, scrive, ci dice che non è sufficiente contestare all'imputato “cosa hanno detto i pentiti”. “Non si può sub-delegare al pentito di formulare l'accusa”. Ma è evidente, a chi ha letto le carte, che le prove contro Marcello Dell'Utri provengono solo in minima parte dai collaboratori di giustizia.
Infine, gli schiaffi alla giurisprudenza contenuti nei capitoli “Un problema di diritto” e “Un po' di curiosità per i precedenti giurisprudenziali”.
Nel primo Iacoviello dichiara inammissibile, chissà poi perché, il reato di concorso esterno in associazione semplice per l'imputato fino al 1982. Data nella quale il legislatore ha inserito nel codice il  416 bis (l'associazione mafiosa). E sì che è dal '94 che la Cassazione ha ritenuto applicabile quel reato.
Nel secondo annota: “In Cassazione sono ormai rare le condanne definitive per concorso esterno. Dall’entusiasmo allo scetticismo. Ormai non ci si crede più”. Peccato che a smentirlo ci siano decine di sentenze e una serie di interventi molto puntuali delle Sezione Unite della Corte di Cassazione. La stessa alla quale Iacoviello si appella perché riprenda in mano questo “reato oscuro”.
Una cosa buona, però, il sostituto procuratore generale l’ha scritta. Nelle conclusioni: “L’annullamento con rinvio per vizio di motivazione non vuol dire che l’imputato è innocente. Vuol dire che la motivazione è viziata, non che la decisione sia sbagliata”.
E' il caso di dire: meno male.

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