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dellutri-marcello-webAnnullata con rinvio la sentenza per concorso esterno in associazione mafiosa. E la partita è ancora aperta
di Monica Centofante - 9 marzo 2012
Non finisce il processo contro Marcello Dell'Utri. Nella serata di oggi la V sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza d'appello che nel giugno del 2010 aveva condannato il senatore a 7 di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Disponendo un nuovo esame davanti alla Corte d'Appello di Palermo. Con il verdetto, arrivato dopo tre ore di camera di consiglio, gli ermellini hanno accolto il ricorso della difesa del senatore e dichiarato inammissibile quello del procuratore generale Antonino Gatto, che aveva chiesto di inasprire la condanna nei confronti dell'imputato, portandola da 7 a 11 anni.


Nel corso dell'udienza di oggi il sostituto procuratore generale presso la Cassazione, Francesco Iacoviello, aveva chiesto l'annullamento con rinvio o il ricorso alle sezioni unite penali a causa di “gravi lacune” giuridiche e perché, aveva detto, “nel caso di Dell'Utri non è stato rispettato nemmeno il principio del ragionevole dubbio”. Un'analisi con la quale non era d'accordo il procuratore generale Gatto, pubblica accusa al processo d'appello contro il senatore: “Quello che dice il pg della Cassazione lo rispetto, ma io ho un'altra opinione”. E in riferimento alla sentenza Mannino, alla quale Iacoviello si era appellato, aveva aggiunto che la stessa “va contro Dell'Utri per il quale è pienamente riscontrato il nesso causale tra gli incontri del senatore con i mafiosi e i fatti accaduti e documentati”.
La partita, quindi, è ancora aperta. E l'esito per nulla scontato.
Nella sentenza di secondo grado il senatore era stato giudicato colpevole di avere intrattenuto rapporti continuativi con Cosa Nostra dal 1974 fino al 1992, l'anno delle stragi di Falcone e Borsellino, e di avere improvvisamente interrotto quei rapporti per ragioni che la Corte non aveva spiegato in modo convincente.
E che stridevano fortemente con le puntuali argomentazioni dei giudici di primo grado e con la logica: perché mai la mafia avrebbe dovuto abbandonare la gallina dalle uova d'oro proprio nel periodo in cui, con la discesa in politica degli amici Marcello e Silvio, cominciava a deporne di più? In seguito alla rottura con i tradizionali referenti politici, al crollo della vecchia partitocrazia e in un momento caratterizzato dall'assoluta incertezza (dovuta anche all'esito del maxiprocesso) e dalla ricerca spasmodica di nuovi e più affidabili agganci?
Dovrà rispondere anche a questi interrogativi la corte che sarà chiamata a giudicare nuovamente il senatore,  che a dispetto della gioia ostentata oggi in seguito al pronunciamento della Cassazione, ha sulle spalle due differenti condanne con motivazioni durissime.

Il processo contro Marcello Dell’Utri, era iniziato a novembre del 1997 e si era chiuso in primo grado nel dicembre del 2004 dopo 257 udienze dibattimentali e una mole di prove tanto imponente che nel corso della loro requisitoria i pm si erano trovati costretti a tralasciarne molte, “per crisi di abbondanza”. 270 le persone ascoltate fra testimoni, collaboratori di giustizia, imputati di reati connessi e collegati. Tantissime le intercettazioni acquisite, i tabulati di traffico telefonico, i documenti, le consulenze finanziarie, i filmati, le fotografie e le indagini tradizionali che avevano portato alla pesante sentenza del giudice Leonardo Guarnotta: 9 anni di reclusione, 2 anni di libertà vigilata e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Quasi sei anni dopo, nel giugno  del 2010, la Corte d'Appello aveva ridimensionato le tesi accusatorie e ridotto la condanna a 7 anni.
Benché estremamente garantista Il collegio di secondo grado, presieduto da Claudio Dall'Acqua, aveva però fornito un'importante conferma all'impianto accusatorio dei primi giudici. Dimostrando che l'imputato aveva mantenuto relazioni con Cosa Nostra per quasi vent'anni, svolgendo un'attività di “mediazione” e ponendosi come “specifico canale di collegamento” tra la mafia siciliana e Silvio Berlusconi. Dal 1974, anno dell'ormai noto incontro tra il costruttore di Milano 2 e il boss Stefano Bontade negli uffici della Edilnord, al 1992, quasi due decenni in cui l'imprenditore milanese avrebbe versato all'organizzazione criminale cospicue somme di danaro in cambio di protezione. E sempre per il tramite dell'amico Marcello e dei suoi rapporti con uomini di mafia come Antonino Cinà e Vittorio Mangano, “in contatto con i vertici di Cosa Nostra”, si legge nella sentenza d'appello, “che avrebbero accresciuto nel tempo il loro peso criminale... proprio in ragione del fatto che l'imputato ha loro consentito di accreditarsi come tramiti per giungere a Silvio Berlusconi, destinato a diventare uno dei più importanti esponenti del mondo economico-finanziario del Paese, prima di determinarsi anche verso un impegno personale in politica”.
Tale condotta, avevano proseguito in modo un po' sbrigativo i giudici, poteva pero “ritenersi sussistente” solo fino a quando risultava provato il pagamento da parte di Silvio Berlusconi “delle somme richiestegli a favore di Cosa Nostra”. Ossia fino 1992, “difettando invece di elementi certi per affermare che ciò sia avvenuto anche negli anni successivi ed in particolare dopo la strage di Capaci e nel periodo in cui, dalla fine del 1993, l'imprenditore Berlusconi decise di assumere il ruolo a tutti noto nella politica del Paese”.
Secondo quei giudici non poteva quindi essere provato il “patto elettorale tra le cosche e Forza Italia, ai tempi della “discesa in campo” del Cavaliere. Anche se nel documento non escludevano che tra “la fine del 1993 e i primi mesi del 1994, in concomitanza con la nascita del partito politico di Forza Italia … all'interno di Cosa Nostra maturò diffusamente la decisione di votare per la nuova formazione così come confermato da tutti i collaboratori di giustizia esaminati a riguardo”.
Segno che tra le fila di Cosa Nostra quel partito doveva rappresentare quantomeno una garanzia. O forse qualcosa di più.
I giudici di primo grado avevano ritenuto provata l'esistenza di un patto politico-mafioso, quelli di appello avevano escluso questa possibilità e abbassato la pena per il senatore. Ora, la nuova Corte, potrà nuovamente fare chiarezza e su quale sarà la sentenza definitiva nessuna ipotesi, al momento, può essere scartata.

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