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borsellino-falcone-shobha-bigdi Anna Petrozzi - 8 marzo 2012
Va subito fatta una premessa: “La trattativa c’è stata”. E’ chiaro ed inequivocabile l’intervento del procuratore aggiunto Nico Gozzo durante la conferenza stampa di questa mattina a Caltanissetta a margine dell’esecuzione delle 4 ordinanze di custodia cautelare disposte dal Gip Alessandra Giunta ed eseguite dalla Dia a carico di Salvuccio Madonia, Vittorio Tutino, Salvatore Vitale e Gaspare Spatuzza per il reato di strage con l’aggravante della finalità terroristica.

Intervenuto dopo il procuratore capo Lari e il procuratore nazionale antimafia Grasso, l’aggiunto ha spiegato uno degli aspetti più delicati della mastodontica indagine svolta dall’ufficio in stretta collaborazione con la DNA e con la DIA, quello appunto della cosiddetta trattativa.
“Che ci sia stata – ha esordito Gozzo – è un fatto accertato da tempo. Ce l’hanno detto gli ufficiali del Ros Mori e De Donno e il termine “trattativa” è stato utilizzato proprio da loro davanti alla Corte d’Assise di Firenze. Quindi trattativa vi è stata”.
Tra le ragioni che hanno indotto la procura di Caltanissetta a giungere a questa conclusione vi è innanzitutto l’anomala circostanza per cui di questo dialogo con il massimo referente dei corleonesi in politica e affari erano a conoscenza i più alti vertici dello Stato, ma non la magistratura.
“Le indagini condotte anche con la Procura di Palermo e quella di Firenze hanno permesso di verificare come questa trattativa fosse stata comunicata ai più alti vertici dello Stato”.
Infatti è considerato acquisito, come sottoscrive anche il GIP, che De Donno aveva informato dell’ attività del Ros la dottoressa Ferraro,  la quale aveva immediatamente riferito al  ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli. Secondo quanto raccontato dalla direttrice degli affari penali succeduta a Falcone, quando ricevette questa confidenza dall’ufficiale gli domandò se ne avesse dato comunicazione all’autorità giudiziaria e, avendo ricevuto risposta negativa, lo esortò a farlo e specificamente gli consigliò di parlarne con il procuratore Borsellino; cosa che comunque lei stessa avrebbe fatto al più presto.
Allo stesso modo,  a pochissimi giorni dalla strage di via D’Amelio, la dottoressa Fernanda Contri - ha confermato ai magistrati - di aver informato dei colloqui di Mori con Ciancimino addirittura la Presidenza del Consiglio.
“Quindi – tira le somme Gozzo – tale attività non venne comunicata solo all’autorità giudiziaria. E’ un fatto assolutamente inusuale che un preteso inizio di contatto con una fonte confidenziale che sarebbe stato Vito Ciancimino di cui non viene avvisata la magistratura , viene riportato invece ai vertici dello Stato.  Così come hanno ribadito la stessa dottoressa Ferraro e l’onorevole Martelli, quello che veniva ricercato da parte del Ros erano gli appoggi politici. Che nel caso di una collaborazione non hanno nessun senso. Quindi la trattativa c’è stata e si è cercato di coinvolgere anche i vertici dell’opposizione perché nello stesso giorno in cui si è contattata la Contri, il 22 luglio, dopo qualche ora il colonnello Mori in persona, con annotazione identica nella sua agenda, incontrava l’on. Folena, primo eletto in Sicilia per i DS che sarebbe diventato poi responsabile del settore giustizia. Quindi era chiaro che c’era qualcosa in più. Come ha detto lo stesso Massimo Ciancimino e come ha ammesso lo stesso Ros: si volevano fermare le stragi”.
Messo questo  punto fermo l’altra indiscutibile novità è che Paolo Borsellino fosse a conoscenza della trattativa. Sicuramente dal 28 giugno quando la dottoressa Ferraro lo ha incontrato all’aeroporto di Fiumicino e gli ha riferito del suo colloquio con De Donno. Non si sa invece se lo avesse già saputo prima da altre fonti dato che non apparve alla sua interlocutrice particolarmente sorpreso.
vitale-pulci-madonia-tutino-bigDi qui l’ipotesi della Procura che Paolo Borsellino si sia mosso, a partire da questa consapevolezza, in modo da porsi come ostacolo a quel tentativo di scendere a patti e per questo eliminato. La tesi poggia anche sulle nuove dichiarazioni di Mutolo, confermate in parte da personale della Dia, circa l’opportunità, di cui già si discuteva in quel periodo, di ricorrere alla dissociazione per i boss mafiosi, (tra l’altro una delle richieste del “papello”), eventualità cui Borsellino si sarebbe apertamente dichiarato contrario.
A corroborare l’intera impostazione anche le testimonianze dei giovani colleghi, i sostituti Alessandra Camassa e Massimo Russo, che hanno raccontato di aver raccolto uno sfogo del giudice il quale, in lacrime, avrebbe confidato loro del  tradimento di un amico. Nello stesso periodo di tempo il giudice più volte si era abbandonato a momenti di sconforto con la moglie Agnese confessandole, sconvolto, di “assistere alla mafia in diretta” intendendo con questo indicare il comportamento di alcuni infedeli servitori dello Stato che avevano intavolato un dialogo con la mafia. E tra questi le avrebbe detto che il generale Subranni  era “punciuto”, volendolo in questo modo probabilmente collocarlo contiguo a Cosa Nostra.
Subranni come si ricorderà era il diretto superiore dell’allora colonnello Mori e l’unico - a detta dell’ufficiale- ad essere a conoscenza del dialogo con Ciancimino.
E’ quindi più che plausibile che il giudice Borsellino si sia posto come solitario ostacolo, in quella solitudine anche voluta pur di proteggere la sua famiglia e i suoi sostituti, a questa tattica politica, totalmente incompatibile con il suo rigore etico e il suo alto senso dello Stato.
Se questa è stata la causa scatenante della improvvisa quanto inspiegabile e controproducente accelerazione del progetto stragista sul piano dei moventi occorre muoversi su almeno tre diversi piani.
Il primo è senza dubbio la vendetta. Falcone e Borsellino erano da sempre i nemici numeri uno ed erano in testa alla lista nera. Il secondo è invece la prevenzione. Vi era grande timore, tra le fila di Cosa Nostra, per l’azione repressiva che avrebbero potuto concertare Falcone alla procura nazionale antimafia o comunque al ministero e Borsellino in qualità di sostituto procuratore di Palermo.
“Ma non va scordata – ha sottolineato Grasso – la matrice terroristica delle stragi in linea con quella strategia della tensione che mai ha abbandonato l’Italia”. E considerato il particolare periodo storico in questione le bombe avrebbero potuto certamente influire sugli equilibri che si stavano delineando per cui ci poteva essere il “pericolo di una deriva con mutamenti politici magari non graditi”.
Il quid però è proprio sapere “non graditi” a chi.
Per questo la parola d’ordine passata sulla bocca di magistrati e investigatori è la ferma intenzione di proseguire con le investigazioni proprio per capire e scoprire gli attori altri rispetto a Cosa Nostra.
In questo senso Grasso ha voluto ricordare il particolare raccontato da Gaspare Spatuzza circa la presenza di uno sconosciuto nel garage in cui è stata imbottita la 126 di tritolo.
Nel merito la Procura non è stata in grado di stabilire se si trattasse di un mafioso esterno alla cosca di Brancaccio e quindi a lui non noto o di un uomo esterno a Cosa Nostra, magari appartenente ai servizi di sicurezza con la mansione di artificiere.
Insomma occorre ancora indagare sulla presenza dei cosiddetti mandanti esterni.
Il procuratore però Lari sul punto è stato categorico: “Non si può parlare di mandanti esterni, semmai di concorrenti esterni con convergenti interessi”.
Il virtuosismo linguistico che esprime l’assoluto rigore, decisamente ortodosso, con cui la procura ha voluto condurre le indagini tuttavia non colma le tante questioni rimaste aperte e francamente il giudizio, vista l’enormità di molti buchi neri rimasti tali, appare un tantino affrettato e un po’ troppo tranchant.
Cosa Nostra in quel periodo era debole e alla ricerca di nuovi referenti politici che potessero garantirla. I collaboratori di giustizia, Brusca, Cancemi e Guffré innanzitutto, ritenuti attendibili dalla stessa Procura, ci dicono che Riina aveva trovato chi era in grado di soddisfare le esigenze dell’organizzazione per una nuova era di pace e prosperità. E per questo era disposto a correre il rischio di assassinare Falcone e Borsellino con quella metodologia devastante che ha convinto il Gip a contestare agli odierni indagati l’aggravante di terrorismo. E persino ad assumersene la responsabilità, attaccando lo Stato e le Istituzioni con quel linguaggio delle bombe che in Italia ha il significato e lo scopo preciso della destabilizzazione, come ha ricordato le stesso procuratore Grasso.
Il capo della procura nazionale ha poi voluto rimarcare il filo di collegamento tra le stragi di Capaci e Via D’Amelio e quelle “in continente” rappresentato dalla presenza costante in fase progettuale ed esecutiva della potentissima famiglia mafiosa dei Graviano, signori indiscussi di Brancaccio.
“Giuseppe Graviano – ha chiarito il Procuratore – agisce come se avesse avuto un palinsesto di obiettivi da perseguire”.
 Lo spiega a Gaspare Spatuzza, durante un incontro avvenuto in un’abitazione di via Lincoln a Palermo poco dopo la strage di via D’Amelio. Oltre a complimentarsi per l’esito dell’eccidio Graviano invita il suo soldato ad adoperarsi per “calmare i malumori”, le cosiddette “tragedie” interne al mandamento, perché c’erano in programma “cose importanti”.
Il Gip stesso ha interpretato  queste “cose importanti”  con gli eventi che si sarebbero verificati a partire dal maggio del ’93 quando si era esaurito quel periodo di “fermo” imposto da Riina quando era al comando e dall’imprevisto della sua cattura.
Non è così immediato attribuire alle bombe del ’93 l’esclusiva paternità di Cosa Nostra. Gli insoliti obiettivi, l’oscura vicenda Bellini, il “suicidio” di Nino Gioé e ancora Graviano, secondo Spatuzza, che esulta: “Ci siamo messi nelle mani il Paese” grazie a “quello di Canale 5 e al nostro compaesano” obbligano ulteriori riflessioni.
Insomma questa nuova pagina nelle indagini sulla strage di via D’Amelio – dicono all’unisono tutti i magistrati – è da considerarsi non un punto di arrivo ma un punto di partenza. La ricerca della verità sulla morte di servitori dello Stato, ha chiuso il procuratore Grasso, non può e non deve andare in prescrizione e sarà perseguita fino in fondo.
Ci contano gli italiani onesti e soprattutto tutti i familiari delle vittime della barbarie di Cosa Nostra e dei suoi alleati.

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