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scalfaro-oscar-luigi-grandedi AMDuemila - 2 marzo 2012
L'ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, deciso a rimuovere, nel 1993, l'allora capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Nicolò Amato avrebbe convocato al Quirinale due prelati, monsignor Cesare Curioni (suo amico e capo dei cappellani delle carceri) e monsignor Fabio Fabbri (ex viceispettore generale dei cappellani delle carceri) conferendo loro l'incarico di “aiutare il ministro della Giustizia, Giovanni Conso” per trovare un sostituto.

A riferirlo stamattina davanti ai giudici della quarta sezione del tribunale di Palermo è stato proprio Fabbri, che ha deposto al processo per favoreggiamento aggravato alla mafia al generale dei carabinieri Mario Mori e al colonnello Mauro Obinu. "Ci disse che -ha affermato Fabbri- è finito il tempo: Amato non deve stare più li'".
I due preti, investiti da Scalfaro di trovare un sostituto ad Amato, andarono dal Guardasigilli. Tra i nomi che i due sacerdoti e Conso vagliarono per la successione, ci sarebbe stato anche quello di Giuseppe Falcone, ex presidente del tribunale dei minorenni. Ma, racconta Fabbri, per il ministro era “uno troppo duro”. Poi c'erano i veti posti da Scalfaro che avrebbe indicato una lista di tre persone che non voleva al Dap. “Finché sono capo dello Stato questi qui non li voglio”, avrebbe detto. Alla fine la scelta ricadde su Adalberto Capriotti, all'epoca magistrato a Trento. Si sondò la sua disponibilità e lui accettò.  Il religioso ha sostenuto che la richiesta sarebbe dipesa "da una ruggine esistente tra Amato e Scalfaro". La vicenda raccontata da monsignor Fabbri va letta alla luce della pista seguita dai pm di Palermo che indagano sulla trattativa tra Stato e mafia e che ruota anche sulle singolari sostituzioni di Amato ai vertici del Dap e, qualche mese prima, dell'allora ministro dell'Interno Scotti. Sostituzioni che, secondo la Procura, potevano essere finalizzate a mettere in due posti chiave personaggi che avrebbero potuto accettare un atteggiamento meno rigido dello Stato in tema di carcere duro. Il 41 bis secondo questa ricostruzione sarebbe potuta essere la merce di scambio offerta a Cosa nostra per la cessazione delle stragi di mafia. In quel periodo Scalfaro ricevette anche una pesante lettera di familiari di boss al 41 bis che chiedevano condizioni più umane per i loro congiunti. La strage di Capaci con l'uccisione di Falcone e l'attentato a Borsellino avevano destabilizzato il Paese e Scotti aveva già lanciato l'allarme sull'inizio di una stagione di omicidi eccellenti. Serviva dare a Cosa nostra un segnale, che secondo i pm sarebbe arrivato a novembre del '93 con la revoca di oltre trecento 41-bis sollecitata da Capriotti e dal suo vice, Francesco Di Maggio, vero dominus del Dap secondo i magistrati, e formalmente adottata da Conso.
All'udienza di oggi hanno deposto anche l'ex comandante generale dell'Arma Antonio Viesti che ha negato di avere saputo di una trattativa tra Stato e mafia che, secondo i pm, avrebbe avuto Mori tra i suoi protagonisti. Il generale ha ribadito che Mori godeva di grande stima da parte dei magistrati e in particolare del giudice Giovanni Falcone che apprezzava il lavoro del Ros, il raggruppamento Operativo dell'Arma di cui l'imputato era vicecomandante. Sul banco dei testi è salito anche Gaetano Gifuni ex segretario generale del Quirinale durante la presidenza di Scalfaro e di Carlo Azeglio Ciampi. Rispondendo alle domande del difensore di Mori, l'avvocato Basilio Milio, Gifuni ha negato di avere saputo dell'esistenza di una trattativa con la mafia e ha ribadito che Scalfaro fu sempre sostenitore della fermezza nella lotta a Cosa nostra e dell'esigenza di misure drastiche come il carcere duro. Il processo è stato rinviato al 23 marzo.

ANTIMAFIADuemila
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