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capaldo-giancarlo-web Istituito a Roma un nuovo gruppo investigativo antimafia - intervista al procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo
di Ernesto Oliva - 1° novembre 2011
I dati forniti dall’Associazione ‘Libera’ – lo scorso 26 ottobre, durante un seminario di studio all’interno della facoltà di giurisprudenza de ‘La Sapienza’ – confermano nella freddezza dei numeri la gravità della penetrazione dell’azione di gruppi mafiosi nella Capitale e nel Lazio; una percezione dei fatti confermata in questo 2011 da numerosi episodi criminosi: una cinquantina fra delitti e gambizzazioni - per lo più frutto di scontri per la gestione del business dello spaccio di cocaina ed hashish - e ingenti sequestri patrimoniali di beni riconducibili a famiglie camorristiche o della ‘ndrangheta.

Proprio sul versante delle inchieste delle ricchezze delle mafie a livello regionale, ‘Libera’ ha fornito cifre esemplificative: da luglio 2010 a luglio 2011 erano stati sequestrati e confiscati beni per 330 milioni di euro; alla data dello scorso 1 ottobre, nell’intera regione erano stati confiscati 517 beni, 404 immobiliari e 113 aziendali. In tutto il 2010, poi, erano aumentate le segnalazioni di operazioni sospette di riciclaggio, toccando quota 5495, con un incremento dell’80 per cento rispetto al 2009. Proprio nel luglio del 2009, la capitale aveva assistito quasi incredula al sequestro da parte della Guardia di Finanza del ‘Café de Paris’, locale legato ai fasti ormai scoloriti della ‘dolce vita’ di via Veneto: a mettere le mani sullo storico immobile era stato Damiano Villari, un barbiere dell’Aspromonte prestanome del clan calabrese degli Alvaro.  Sempre lo scorso anno, nel Lazio erano quindi stati 354 i procedimenti per reati mafiosi e 356 le custodie cautelari emesse per lo stesso tipo di imputazione.
Roma e l’intera regione si confermano oggi come una fonte di ingenti profitti per le ‘ndrine calabresi che gestiscono i traffici internazionali di cocaina, spesso grazie ad accordi con gruppi camorristici napoletani. Proprio dalla Campania infatti transitano i carichi di cocaina diretti verso la Capitale e le province meridionali del Lazio: una ridottissima parte della sostanza è stata sequestrata lo scorso anno grazie ad indagini di polizia giudiziaria, costituendo il 19 per cento di tutta la cocaina sottratta in tutta Italia al mercato dello spaccio.
L’infiltrazione delle mafie a Roma e nel resto del territorio regionale, insomma, è diventata una reale emergenza, sottolineata lo scorso 28 settembre dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia dal Prefetto della Capitale, Giuseppe Pecoraro. “Un’imprenditorialità mafiosa di professionisti e di altre figure – aveva detto Pecoraro – in cambio di favori cura gli interessi delle cosche. Esistono tecniche sempre più sofisticate di riciclaggio e di reimpiego del denaro nell’economia legale”.
Lo scorso 28 ottobre, intanto il capo della DDA di Roma, Giancarlo Capaldo, ha annunciato la costituzione di un nuovo gruppo investigativo antimafia composto da tutti gli organi di polizia giudiziaria della Capitale.
 
Dottor Capaldo, da qualche mese Roma ed il Lazio sono al centro delle attenzioni per una serie di episodi delittuosi e di sequestri patrimoniali che hanno fatto parlare di una crescente ingerenza di gruppi mafiosi nel controllo delle attività illegali.
C’è una relazione fra questa dinamica criminale e la decisione di istituire negli uffici della DDA di Roma un tavolo investigativo provinciale comune fra Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Dia?

“La costituzione di questo gruppo di lavoro trae origine dall’approvazione del nuovo codice antimafia, e dalla necessità di intervenire proprio con maggiore forza contro una significativa presenza della criminalità organizzata a Roma e nel resto della regione. Il principio che ha dato impulso al progetto è quello che magistratura e forze dell’ordine debbano intervenire in maniera più efficace contro i clan criminali. La DDA di Roma coordinerà lo scambio di informazioni con l’ausilio di un numero variabile di sostituti, da tre a cinque””

Da tempo si indicano nei quartieri Tuscolano, Cinecittà e Laurentino – oltre che il litorale sud della città – i territori urbani dove è più forte l’azione di gruppi vicini a camorra, ‘ndrangheta e mafia. Lo scorso giugno, poi, nel quartiere Prati è stato ucciso con modalità che qualche investigatore ha definito ‘camorristiche’ il giovane Flavio Simmi, figlio di un ex gregario della banda della Magliana. Quali saranno i primi passi del gruppo investigativo della DDA?

“L’iniziativa di questo tavolo investigativo sarà in primo luogo quello di realizzare una ‘mappatura’ criminale nella Capitale molto precisa, allo scopo di realizzare interventi mirati contro i diversi gruppi che operano in contesti di illegalità; vogliamo cioè avere un quadro dei singoli personaggi legati a clan presenti nei quartieri e nelle borgate urbane. Questa mappatura riguarderà inizialmente Roma, dalle zone di più nota presenza criminale a quelle – come Prati – teatro di recenti episodi delittuosi. L’analisi poi sarà estesa ad altre località laziali; dobbiamo capire meglio chi delinque per conto delle organizzazioni di tipo mafioso”

Oltre l’azione di coordinamento del lavoro investigativo degli organi di polizia giudiziaria a Roma è prevista una collaborazione più stretta con altre Procure e Direzioni Distrettuali Antimafia, ad esempio quelle di Campania, Calabria e Sicilia?

“La collaborazione con le altre Procure nascerà quando ci sarà un’esigenza specifica di approfondire aspetti di indagine riguardanti soggetti che hanno radicamento in altre regioni d’Italia. Per quanto ci compete, qui a Roma e nel Lazio, ci sarà un impegno corale, perché le informazioni in possesso di un organismo di polizia giudiziaria saranno condivise con tutti gli apparati investigativi”

Decenni fa Leonardo Sciascia scrisse che la linea della palma – cioè l’azione di infiltrazione della mafia – aveva preso campo sino a Roma, e che anzi stava già allora risalendo verso Milano. Non c’è stata negli anni passati una sottovalutazione del rischio che la criminalità organizzata potesse puntare verso l’acquisizione di potere anche lontano dalle aree di origine?

“L’emigrazione delle mafie dalle regioni di origine nel resto della Penisola è un fatto che risale nel tempo, e che è già conosciuto e contrastato, sia dalla magistratura che dalle forze di polizia nel nostro Paese. Oggi c’è una maggiore consapevolezza circa le modalità di infiltrazione delle organizzazioni criminali; prima erano ritenute fondamentalmente di natura militare, attraverso omicidi, estorsioni, incendi e attentati di vario genere. Oggi è una mafia più sommersa, ed è per questo più pericolosa: si infiltra nelle attività economiche, sostituendo le attività economiche sane, in maniera silenziosa. Questa circostanza in passato ha favorito la possibilità di non far comprendere l’esatta rilevanza del fenomeno che si stava sviluppando”

Furono Rocco Chinnici ed Antonino Caponnetto, a Palermo, a mettere in pratica il modello del pool investigativo nelle inchieste antimafia…

“Da tempo abbiamo concentrato le nostre inchieste sulle attività di riciclaggio promosse a Roma e riconducibili a mafia, camorra e ‘ndrangheta, con decine di arresti ed il sequestro di ingenti patrimoni. Il progetto di mettere in comune il patrimonio delle acquisizioni investigative nasce proprio dall’esigenza di rafforzare la nostra capacità d’indagine sul fenomeno del riciclaggio: vogliamo cioè razionalizzare in maniera complessiva e globale l’azione della magistratura”

Quale mafia si impone oggi nella penetrazione del tessuto economico di Roma?

“Non possiamo fornire dati certi ed assoluti. Certamente, la presenza più pericolosa oggi a Roma è quella della ‘ndrangheta calabrese, in termini numerici e di incisività economica; posso aggiungere anche la ‘ndrangheta è l’organizzazione mafiosa con la quale il mondo criminale deve fare i conti, soprattutto nella gestione del traffico degli stupefacenti. Questi traffici garantiscono alle ‘ndrine – specie quelle della Locride, di Cosenza e di Vibo Valentia - un flusso di denaro enorme, capace di garantire enormi profitti: il loro riciclaggio mette a rischio la trasparenza delle attività imprenditoriali a Roma e nel resto della regione. Questo dato nasce però dal fatto che possiamo individuare meglio i nuclei delle ‘ndrine, rispetto ad altri gruppi di tipo mafioso o camorristico; questi ultimi sono presenti da più tempo nel territorio laziale e si sono nascosti meglio nel tessuto imprenditoriale locale”.

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