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Una faida senza fine. Tre anni fa i preparativi per un'altra strage

Il 26 Maggio di vent’anni fa, a Vallo di Lauro, si consumava uno dei crimini più efferati nella storia criminale dell’avellinese. Un evento che rimane indelebile nella mente di Domenico Airoma, all'epoca dei fatti sostituto procuratore della DDA di Napoli ed ora Procuratore ad Avellino, il quale, giunto sul luogo dell’eccidio, si trova a dover assistere ad una scena del crimine che mostra solo donne tra le sue vittime. Difatti, ancora oggi, la particolarità di quell’evento viene ricordata con “La strage delle donne”.

Nonostante il numero di anni trascorsi e la realtà di una faida lentamente diluita dagli arresti effettuati dalle forze dell’ordine, i nomi delle famiglie Graziano e Cava evocano ancora paure e timori tra chi è costretto a convivere con l’intramontabile presenza della camorra avellinese.
Una faida iniziata nel ‘91, quando a Scisciano, in provincia di Napoli, tre esponenti della famiglia Graziano muoiono per mano dei Cava. Da quel momento un'escalation di vittime e fiancheggiatori faranno da propedeutica a quella che, come dicevamo, diventerà “La strage delle donne”.

Il 26 maggio 2002, giorno in cui nel piccolo comune di Vallo di Lauro si festeggia il patrono e si vota per il rinnovo del consiglio comunale, le donne della famiglia Cava decidono di recarsi sotto casa dei Graziano per sparare. Un attacco, quello delle donne Cava, che nella famiglia Graziano vedrà il ferimento di Stefania e Chiara, rispettivamente 20 e 21 anni.
Irrimediabilmente l’auto sulla quale viaggiavano le cinque donne della famiglia Cava, un'Audi 80, viene inseguita, raggiunta, speronata e crivellata di colpi da un’altra auto blindata e guidata dalla famiglia Graziano. 
Sull’Audi speronata vi erano: Michelina Cava, sorella del Boss Biagio Cava, detto Biagino, sua cognata Maria Scibelli, le figlie Clarissa e Felicetta Cava rispettivamente 16 e 19 anni, Maria Scibelli, cognata del Boss e Itala Galeota Lenza. Tranne Felicetta che resterà gravemente ferita al punto tale da non riprendere più a camminare e Itala che rimarrà ferita in modo lieve, le altre, perderanno tutte la propria vita.
Ricordando quei momenti, Domenico Airoma, intervistato dall’AGI, dichiara: “Quello che ci colpì subito fu che erano tutte donne e vi era una ragazza tra le persone assassinate. Fu anche emotivamente coinvolgente per me, che peraltro avevo una figlia di quella età. Fu un fatto sicuramente non ordinario. Non fu un sopralluogo come un altro”. - continua - “La cosa che porto con me forse è il volto di Clarissa Cava, era stata colpita alla fronte con un unico colpo e giaceva lì, sembrava dormire in un contesto paradossale. C'era la festa patronale e nell'aria ancora l'odore di zolfo dei fuochi d’artificio accompagnato all'odore della polvere da sparo delle armi, oltre che dal sangue. Sembrava un film, ma purtroppo non lo era”.
I protagonisti del conflitto a fuoco vennero individuati in poco tempo, "Le abbiamo sterminate tutte", dicevano brindando. La direzione distrettuale antimafia di Napoli ricostruì l'accaduto anche attraverso un'indagine già in corso. Tra le ragioni evidenti che danno vita agli scontri, non solo le opportunità di guadagno dovuto al numero crescente di cantieri presenti sul territorio per la frana di Quindici avvenuta nel ‘98 ma, anche l’odio profondo e reciproco che da sempre contraddistingue il rapporto tra le due famiglie. 

Purtroppo si teme che la faida non sia ancora conclusa. Tre anni fa, i Graziano preparavano un'altra strage per eliminare la moglie e il figlio del boss rivale, Biagio Cava. Fortunatamente, il ritrovamento, nell'ambito di un'altra indagine, di un manichino usato come bersaglio nelle campagne del Vallo di Lauro, ha fatto scattare l'attenzione degli inquirenti e in carcere sono finiti Fiore e Salvatore Graziano, i figli del capoclan Luigi Salvatore.

Foto © Imagoeconomica

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