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Lo scrittore: "La vita sotto scorta è una non vita"

"Parlare dei Casalesi fu come accendere un faro su un animale abituato a vivere al buio, prima di Gomorra il clan raramente finiva sulle cronache". E' il ricordo dello scrittore Roberto Saviano, oggi sentito come testimone a Roma nel processo in corso al boss del clan dei Casalesi, Francesco Bidognetti e agli avvocati Michele Santonastaso e Carmine D'Aniello, per le minacce rivolte in aula a Napoli, nell'udienza del 13 marzo 2008 nel processo d'Appello 'Spartacus', allo scrittore e alla giornalista Rosaria Capacchione. L'accusa è di minacce aggravate dal metodo mafioso. Un processo che si celebra nella Capitale dopo che tre anni fa era stata dichiarata nulla la sentenza di primo grado dalla Corte d'Appello di Napoli per incompetenza territoriale in quanto in una "proclama" erano stati citati anche magistrati campani.
"Quell'elenco di nomi, in cui venivano additati anche 'pseudogiornalisti', - ha ricordato Saviano - sembrò un elenco funesto a tutti i nominati, non solo a me. Il messaggio intimidatorio per me erano i nomi alla fine del documento, la firma dei due boss, Bidognetti e Iovine. Un messaggio con una scelta precisa: indicare i responsabili della loro condanna".
"Venni invitato a parlare a Casal di Principe nel 2006, dove interveniva l'allora presidente della Camera Fausto Bertinotti. Dal palco feci i nomi dei boss Zagaria e Schiavone e rivolgendomi a loro dissi 'non siete di queste terre, siete assassini'. In piazza scese il silenzio - ha ricordato ancora - La scorta di Bertinotti mi disse 'tu non te ne vai senza di noi'. Da quel momento iniziarono le minacce, come i volantini col mio volto e una pistola puntata alla tempia con la scritta 'condannato'. Da quel momento decisero di darmi una protezione, per due settimane, mi dissero, invece da allora sono 15 anni che vivo sotto scorta".
"In carcere girava voce che c'era un ordine del clan per uccidermi. Contemporaneamente comparirono scritte sui muri contro di me, ad ogni nuova minaccia aumentava il rischio e per me significava spostamenti continui e aumento della protezione. Non credo che una sentenza possa ripagarmi per tutto questo, è quasi una non vita - ha concluso Saviano - Si è fatta una battaglia politica sulla mia scorta ma vivere sotto scorta è un dramma, un inferno che io non ho mai chiesto. L'unico senso di colpa che ho è verso i miei familiari, io ho scelto, mentre loro hanno subito una mia scelta".

Foto © Imagoeconomica

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