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Così la Camorra sarebbe subentrata alla Mala del Brenta

La mafia del Brenta di Felice Maniero nel nord-est? E’ stata sostituita dai Casalesi che, dagli anni ’90, grazie all’aiuto di politici, imprenditori, banchieri e forze dell’ordine avrebbero favorito l’organizzazione legata ai clan Bianco e di Francesco “Cicciotto ‘e mezzanotte” Bidognetti, si sono insediati in Veneto. E’ questo il dato che emerge dall’operazione At Last di ieri condotta dalla Procura antimafia di Venezia che ha portato all’arresto di 50 persone, di cui 47 in carcere e 3 ai domiciliari, e al sequestro di 10 milioni di euro di beni. L’inchiesta ha posto fine a una delle più grandi organizzazioni di tipo mafioso mai registrate in Veneto. Il tutto documentato nelle 1.110 pagine firmate dal Gip di Venezia Marta Paccagnella. Dalle indagini è emerso che i Casalesi controllavano un vasto territorio del Veneto e si erano fatto strada inizialmente con il tradizionale “pizzo” lungo l’asse della costiera Adriatica, da San Donà di Piave e Jesolo passando per Eraclea e fino a Carole. Secondo gli inquirenti, l’organizzazione era riuscita ad entrare nel tessuto connettivo dell’area: prima prestando denaro a tassi usurai, poi acquisendo i beni di chi non pagava e che era arrivato a coinvolgere persino un sindaco, quello di Eraclea, Mirco Mestre, avvocato, arrestato con l’accusa di voto di scambio. In carcere è finito anche il direttore della banca di Jesolo, Denis Polese, (indagato anche il suo predecessore) che, invece di farsi tutelare dai carabinieri, sarebbe finito nella rete della Camorra per recuperare la tesi di laurea che era stata rubata alla sua fidanzata. Non solo. E’ indagato anche un poliziotto del commissariato di Jesolo, Moreno Pasqual, che avrebbe passato informazione all’organizzazione.
Per gli inquirenti, la Camorra in Veneto sarebbe stata comandata da Luciano Donadi e Raffaele Bugnano, giunti dalla Campania dagli anni ’90. Con loro un gruppo proveniente da Casal di Principe di cui ne avrebbero fatto parte Antonio Puoti, Antonio Pacifico, Antonio Basile, Giuseppe Puoti e Nunzio Confuorto che hanno, nel tempo assoldato persone campane e veneziane come Girolamo Arena, Raffaele Celardo e Christian Sgnaolin.



Durante la conferenza stampa dell’operazione è intervenuto il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, che ha evidenziato come la Camorra “si è impossessata dello spazio lasciato libero dopo il debellamento della Mala del Brenta senza alcuna distinzione con le altre organizzazioni come la ’Ndrangheta e o i catanesi”.
Secondo de Raho la Camorra “non si comporta diversamente che in Campania o altre regioni. Quel che è avvenuto altrove è stato replicato. In questo territorio di volta in volta venivano svolti gli elementi sintomatici, le estorsioni, e su queste si interveniva con arresti, e già da anni emergeva una modalità mafiosa”.
Per il procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, questa operazione è “una delle più importanti nei confronti della Camorra nel Nordest” in quanto “per la prima volta ha accertato la presenza della criminalità organizzata strutturata nel territorio veneto, profondamente penetrata nel settore economico e bancario”. Tutto questo sarebbe stato possibile grazie “anche a molti locali ed esercenti pubblici che garantivano la presenza della criminalità organizzata, che dava garanzie e stabilità” ha sostenuto il magistrato che poi ha spiegato che il sodalizio criminale si dedicava alla “commissione di svariati delitti, dal riciclaggio all'usura, alle rapine, e soprattutto un'attività estorsiva che passava attraverso l'organizzazione di strutture societarie che venivano create con l'obiettivo di farle fallire, lasciando i soggetti entrati in contatto nelle condizioni di creditori insolventi. Questa attività non era disgiunta dalle più classiche attività dello spaccio di sostanze stupefacenti, della gestione della prostituzione, dell'introduzione di lavoratori in maniera illegale nelle imprese. Soggetti locali non solo conoscevano questa situazione ma vi hanno partecipato. Da un momento iniziale nel quale erano vittime dell'inserimento dei soggetti in attività di usura, successivamente vi era un accordo che ha reso più facile l'inserimento dell'attività criminale camorristica”. L’indagine ha accertato “che vi è stato nelle elezioni del 2016 uno scambio elettorale con la criminalità organizzata, non per tantissimi voti ma sufficienti, in cambio di coperture e ‘strade’ più rapide per la gestione delle loro attività - ha concluso il pm - Il primo caso in Veneto”. Per Cherchi tutto quello che è emerso dalle indagini “sono aspetti che devono far riflettere tutti noi ma anche la comunità veneta e del Nordest, sui pericoli che a questo punto si sono fatti accertati, per evitare che anche queste regioni diventino sede stabile della criminalità organizzata”.
Un quadro simile a quello dell’operazione di ieri, è emerso dall’operazione svolta la scorsa settimana sempre in Veneto del Ros (Raggruppamento operativo speciale) e della procura antimafia di Venezia che ha portato all’arresto di 7 persone legate alla cosca di ‘Ndrangheta dei Multari. Prova che ormai le mafie sarebbero ben infiltrate anche nel tessuto economico-finanziario delle regione del Nordest.

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