Confiscato nel 2015, l’edificio sarà raso al suolo: prevista una piazza della legalità
A Torre Annunziata il conto alla rovescia è quasi terminato. Mancano poche ore all’avvio della demolizione di Palazzo Fienga, storica roccaforte del clan Gionta e uno dei simboli del potere della Camorra sul territorio.
Eppure, quell’edificio, nato alla fine dell’Ottocento, era stato progettato con ben altri auspici. Era stato pensato, infatti, come un grande complesso residenziale e commerciale, costruito da una famiglia di industriali per sfruttare lo sviluppo legato al vicino porto cittadino. Magazzini, botteghe, appartamenti. Insomma, una struttura pensata per il lavoro, ma anche per l’abitare. Poi la storia ha preso una strada diversa. Tra la fine della Seconda guerra mondiale, i terremoti e l’abbandono che ne è scaturito, Palazzo Fienga ha perso la sua funzione originaria, finendo col diventare un luogo ideale per la Camorra.
Il Fortapàsc e il potere del clan
Negli anni, Palazzo Fienga è stato trasformato dal clan Gionta in una vera base operativa. È all’interno di queste mura che il clan ha deciso equilibri e traffici di droga, oltre alle modalità con cui gestirli. Soprattutto, è da qui che per molti anni ha controllato in modo capillare il territorio. All’interno si prendevano decisioni su affari e conflitti, mentre all’esterno il quartiere veniva monitorato con sistemi di sorveglianza abusivi.
Proprio quel luogo è diventato noto come “Fortapàsc”, dal titolo del film di Marco Risi dedicato a Giancarlo Siani, il cronista de Il Mattino che negli anni Ottanta raccontò il potere del clan Gionta a Torre Annunziata. Siani venne assassinato il 23 settembre 1985, dopo aver rivelato in un suo articolo che l’arresto del boss Valentino Gionta era stato favorito da una soffiata dei clan Nuvoletta, alleati dei corleonesi di Totò Riina.
Dalla confisca alla scelta di demolire
Solo nel 2015 lo Stato riesce a intervenire concretamente: Palazzo Fienga viene sequestrato e sgomberato. Oltre 70 famiglie lasciano l’edificio, che viene murato e affidato all’Agenzia dei beni confiscati. Per anni si discute del suo futuro. Si parla di riqualificazione, di trasformarlo in un centro per la legalità, vengono stanziati anche dei fondi. Ma i costi elevati e la complessità del progetto bloccano tutto. Il palazzo resta lì, vuoto e degradato.
Alla fine si opta per la soluzione più radicale: abbattere tutto.
Al posto dell’ex roccaforte della Camorra dovrebbe sorgere un parco pubblico e una “Piazza della Legalità”. Un’operazione che punta a restituire spazio e significato a un’area per decenni sottratta alla città.
L’approccio è diverso da quello adottato in casi simili, dove si tenta di recuperare luoghi compromessi. Qui, invece, si sceglie di cancellare completamente un simbolo della presenza camorristica per ripartire da zero.
La direzione è chiara. Basterà? A dirlo sarà il tempo, ma soprattutto il lavoro delle istituzioni e la risposta della comunità, oggi più consapevole di cosa significhi convivere con la criminalità organizzata.
La storia di quel palazzo lo dimostra: il potere non nasce dai muri, ma dalle reti che li abitano. E quelle non si abbattono con le ruspe.
Per l’avvio dei lavori di demolizione saranno presenti il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il prefetto Michele di Bari e il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo. Con loro anche il commissario straordinario Giuseppe Priolo e la direttrice dell’Agenzia del Demanio, Alessandra Dal Verme.
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