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Panzuto, noto anche come “Genny ’o terremoto”, racconta la vita nel carcere duro e dei legami che nascono dietro le sbarre

 Nei giorni in cui si intensificano le polemiche per l’arrivo in Sardegna dei detenuti sottoposti al 41-bis, un’intervista a un ex boss di Camorra sposta il focus sul tema delle testimonianze.

A parlare, infatti, ai microfoni de “La Nuova Sardegna” è Gennaro Panzuto, 51 anni, noto negli ambienti camorristici come “Genny ’o terremoto”.

Uomo del clan Piccirillo nel quartiere Torretta di Napoli, dopo oltre vent’anni di carcere e la scelta di collaborare con la giustizia nel 2008, ha raccontato cosa significhi vivere nel cosiddetto carcere duro. “Stare al 41-bis è come essere sotterrati vivi”, mentre il tempo passa lentamente. “La giornata è regolata in modo inflessibile. Hai due ore d’aria: una la mattina verso le nove, un’altra intorno a mezzogiorno o all’una. Il resto è isolamento”. Le passeggiate si consumano “in pochissimi metri quadrati”, spazi ristretti che trasformano anche il movimento in un gesto misurato. “Ho scontato 21 anni, sono praticamente un veterano del carcere, ho fatto tutti i reparti”, ha raccontato “Genny ’o terremoto”. Dai reparti comuni, dove le celle possono essere condivise anche da “sette, dieci persone”, fino all’alta sicurezza e infine al 41-bis. 

Paradossalmente, stare da solo in una stanza è un carcere ‘a metà’”, ha precisato. Nei reparti comuni - ha proseguito - “vivere h24 con tante persone crea tensioni continue”. Al 41-bis, invece, l’isolamento cambia la natura della detenzione: meno conflitti quotidiani, ma una pressione psicologica costante.

La cella è singola, essenziale. “Quando entrai la prima volta trovai solo il telecomando della televisione. Tutto il resto è ridotto al minimo”. La televisione, ricorda, “aveva solo sei canali e si spegneva a mezzanotte”. Al mattino veniva consegnato un fornello, da restituire la sera. Le finestre “sono a bocca di lupo, non hai una vera visuale”. Anche la socialità è regolata, con piccoli gruppi composti da detenuti di diversa provenienza. “Nel mio - ha ricordato - c’erano un calabrese e un siciliano. Con lo stesso gruppo fai tutto: ora d’aria, docce, ogni attività”.

Ma è proprio su questo punto che la riflessione dell’ex killer di Camorra apre un focus importante: collocare insieme detenuti di organizzazioni diverse non elimina il rischio di nuove intese, anzi. “Le migliori alleanze e i migliori accordi - ha spiegato - si fanno sempre in carcere”. E ancora: “Quando vivi ventiquattr’ore su ventiquattro con una persona, il legame diventa anche affettivo. Si crea fiducia, è inevitabile”.

Uno degli aspetti più delicati del 41-bis resta quello dei colloqui. “Un colloquio al mese, con il vetro divisorio. Sei registrato visivamente e in audio”. Se ci sono figli minori, “possono entrare per dieci minuti all’inizio o alla fine, ma è sempre un tempo limitato”. Ogni parola è sotto controllo. “Anche una frase può essere mal interpretata”. La posta è censurata. “Basta una frase ritenuta ambigua e la lettera viene bloccata. Deve andare dal giudice e ti ritorna dopo quindici giorni, se va bene”.

Restando proprio sul tema dei familiari dei detenuti al 41-bis, Panzuto sottolinea anche un altro dato: “Le famiglie dei detenuti si spostano in massa per seguire i propri cari”. Si tratterebbe di una circostanza che, a suo dire, già “esiste in tutte le regioni”. Quando le condanne sono lunghe, “venti o trent’anni”, il trasferimento può diventare una scelta stabile.

E precisa: “Ho contezza di alcuni paesi che si sono ‘ripopolati’ con i familiari dei detenuti al 41-bis, che si sono trasferiti tutti insieme e hanno investito in attività commerciali: bar, b&b”. Iniziative sostanzialmente riconducibili alla volontà di restare vicini al proprio parente detenuto. “Chiaramente - ha precisato Panzuto - poi gli investimenti sono fatti per cercare stabilità e avere un ritorno economico”. 

Foto © Imagoeconomica 

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