L’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia ha portato a 21 arresti nel clan Gagliardi
Il linguaggio che sembra parlare la Camorra di Mondragone, località a forte vocazione turistica in provincia di Caserta, ricorda molto quello della ‘Ndrangheta; e non solo nei metodi, ma anche nei simboli, nei riti, nella costruzione identitaria del gruppo. A farlo riaffiorare è stata un’inchiesta che ha portato a 21 ordinanze di custodia cautelare. Un provvedimento che porta con sé anche l’immagine di un clan che aveva scelto di strutturarsi secondo modelli tipici delle mafie calabresi e siciliane, adottando perfino il rituale della “pungitura”: il sangue che sancisce l’appartenenza e il santino bruciato come sigillo di fedeltà.
Un rito piuttosto distante dall’immagine della solita Camorra, emerso nelle intercettazioni come un vero e proprio battesimo criminale. Un inizio che, in realtà, poteva assumere forme diverse: dal tatuaggio con la scritta o il simbolo del “mangianastri”, nome in codice del gruppo, al rito decisamente più arcaico evocato in una conversazione del febbraio 2024 da Antonio Bova, 26 anni, ritenuto reggente dell’organizzazione. “Ti devo bucare il dito con la spilla e bruciare il santino in mano. Il sangue suo diventa nostro”, spiegava Bova.
Elemento particolarmente curioso e interessante per i magistrati sarebbe stato proprio il simbolo del “mangianastri”. Dietro quel nome in codice, infatti, ci sarebbe Angelo Gagliardi, 72 anni, detenuto da tempo e figura storica del gruppo. Il clan Gagliardi, nato sulle ceneri dell’ex gruppo La Torre, avrebbe costruito - secondo l’accusa - una cosca “strutturata e per questo pericolosa”, come l’ha definita il procuratore di Napoli Nicola Gratteri.
Le 21 misure cautelari sono state eseguite dai carabinieri del comando provinciale di Caserta su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Tra gli arrestati c’è lo stesso Bova, che nelle conversazioni intercettate teneva a precisare che tatuarsi “mangianastri” sulla pelle non era un gesto simbolico qualunque: “Questa è malavita”, diceva.
Tra gli elementi più inquietanti emersi dall’indagine c’è il progetto di un attentato contro la caserma dei carabinieri di Mondragone: un attacco a colpi di pistola che sarebbe dovuto servire come “atto di coraggio” per due nuovi affiliati, una sorta di esame finale per dimostrare lealtà e determinazione. Ma il piano criminale non è mai andato in porto, anche grazie all’intensificazione dei controlli investigativi.
L’inchiesta ha documentato, inoltre, anche le modalità operative. Un pestaggio legato al racket sarebbe stato guidato in videochiamata proprio da Bova, allora agli arresti domiciliari. Dall’altra parte dello schermo, l’esecutore materiale che chiedeva se potesse bastare. “Ora ha capito?”, rispondeva il presunto reggente, seguendo in diretta l’aggressione. In altre occasioni, invece, si sarebbe collegato per assistere ad altri pestaggi.
Infine, sono emersi anche cellulari in uso ai detenuti del clan, utilizzati come strumenti attraverso i quali i vertici avrebbero continuato a gestire affari, compreso l’approvvigionamento di armi. E non manca nemmeno il tentativo di delegittimare le forze dell’ordine: dopo un sequestro di droga, il gruppo avrebbe provato a screditare un carabiniere, diffondendo la falsa voce di una relazione con una pregiudicata per trasformare l’operazione in una presunta ritorsione personale.
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