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Giuseppe Mancuso (in foto) alias Peppe 'Mbrogghia' di 72 anni ritenuto ai vertici dell'omonimo clan mafioso di Limbadi ha scontato la sua pena. Da oggi quindi è un uomo libero dopo 24 anni di ininterrotta detenzione al carcere di Cuneo grazie alla conversione della condanna dell'ergastolo (inflittogli dalla Corte di Assise di Palmi) nel 2004 a 30 anni e allo sconto di pena previsto dalla legge: tre mesi in meno per ogni anno di detenzione.  È stato ritenuto responsabile dei reati di associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, associazione mafiosa (alleato ai Piromalli e ai Molè di Gioia Tauro) e di aver ordinato l’omicidio di Vincenzo Chindamo, episodio criminoso risalente all’11 gennaio 1991 ed inserito nella faida che ha opposto le famiglie dei Chindamo e dei Cutellè di Laureana di Borrello. La condanna era arrivata grazie alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia Annunziato Raso (killer del clan Molè-Piromalli), Michele Iannello di San Giovanni di Mileto (killer anche per conto di Giuseppe Mancuso e poi condannato per l’omicidio del bimbo americano Nicolas Green), Gaetano Albanese di Candidoni e Giuseppe Morano di Laureana di Borrello. Nel 2019 la Cassazione aveva detto no alla liberazione anticipata.

Il boss è stato più volte descritto da diversi collaboratori di giustizia come un sanguinario in grado di tessere trame criminali e inscenare “tragedie” per eliminare i rivali.

Celebri anche i suoi rapporti con altri boss di 'Ndrangheta a cominciare proprio dallo zio Luigi Mancuso (cl. ’54) indicato già dal pentito Bartolomeo Arena come il vertice criminale della provincia di Vibo.

Giuseppe Mancuso è il figlio del defunto Domenico Mancuso (cl. ’27), fratello più grande di Luigi Mancuso, nonchè fratello di Francesco (Ciccio) Mancuso (cl. '29), ritenuto il patriarca e fondatore dell’omonimo clan della ‘Ndrangheta, deceduto nel 1997 per un male incurabile. 

'Mbrogghia' è stato detenuto dal 1997 - scrive oggi la Gazzetta del Sud - dopo che un blitz del 29 aprile del 1997 guidato dall’allora capitano Valerio Giardina (oggi generale e comandante del Noe) aveva messo fine alla sua latitanza - durata quattro anni - facendo irruzione in un casolare di San Calogero, nel Vibonese. La misura cautelare nei confronti di Giuseppe Mancuso era scaturita dell’operazione “Tirreno”, del 1993, che ha colpito i clan Piromalli e Molè di Gioia Tauro, Pesce di Rosarno, Cutellè di Laureana di Borrello, Albanese di Candidoni e la famiglia Galati di Mileto.

Nei suoi confronti la Dda di Catanzaro nell'ambito del processo “Genesi” - celebrato dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia - aveva chiesto 30 anni di reclusione, ma nel maggio del 2013 è arrivata l'assoluzione e la Procura distrettuale non ha impugnato il provvedimento in Appello.

In precedenza, Giuseppe Mancuso, per fatti compiuti fino al 31 gennaio 1980, aveva riportato una prima condanna per il delitto di favoreggiamento personale nei confronti del latitante Michele Cutellè. Il 20 gennaio 2003 era inoltre divenuta irrevocabile la condanna inflittagli nell’ambito dell’operazione “Count down” della Dda di Milano, dov’era stato condannato per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico (eroina) in un arco temporale ricompreso fra il giugno del 1990 e il maggio 1992.

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