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Le attività della 'Ndrangheta nel vibonese e i suoi rapporti con i colletti bianchi e i narcos

Il 21 luglio è stato audito il collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena, di 44 anni, nell'aula bunker di Lamezia Terme in cui si sta svolgendo il maxi processo 'Rinascita Scott' davanti ai giudici del Tribunale di Vibo Valentia: Brigida Cavasino, Claudia Caputo e Gilda Romano. Arena aveva iniziato a collaborare nell'ottobre 2019 per paura che il figlio potesse vivere la sua stessa esperienza dopo che il padre era scomparso nel 1985 in un caso di lupara bianca per il quale il collaboratore ritiene responsabili i Mancuso di Limbadi. "Con i Mancuso - ha detto rispondendo alle domande del pm Andrea Mancuso - non me la potevo prendere perché era come sbattere contro un muro di cemento armato. Potevo ucciderne uno o due e dopo? Rischiavo di essere ucciso anche io e poi magari mio figlio cadeva in quel baratro nel quale ero caduto anche io". Inoltre il collaboratore ha parlato anche di una situazione incandescente a Vibo Valentia prima dell'inizio della sua collaborazione riferendo che Francesco Antonio Pardea voleva uccidere Rosario Pugliese, detto "Saro Cassarola", perché lo riteneva responsabile dell'omicidio dello zio omonimo. "Se non avessi collaborato - ha detto - Rosario Pugliese sarebbe stato ucciso perché ritenuto dai Pardea un personaggio che gli aveva creato disturbo". I Pardea, ha aggiunto, in quel periodo cercavano di prendere il potere su Vibo: "Loro dovevano avere la supremazia su tutti però Francesco Antonio Pardea non era contro i Mancuso".
Inoltre, secondo il collaboratore, erano diversi gli omicidi che le cosche vibonesi volevano portare a termine: Domenico Macrì, detto "Mommo", voleva uccidere Paolino Lo Bianco, "glielo diceva in faccia" ha detto Arena, aggiungendo che "a luglio 2019 Francesco Antonio Pardea aveva saputo che c'era un'imminente operazione di polizia su Vibo e temeva che sarebbe stato colpito anche grazie alle rivelazioni di Andrea Mantella. Mi propose di simulare una sparizione visto che suo zio e mio padre erano stati vittime di lupara bianca". Così a luglio si erano recati a Milano. Dopo un pòo'di tempo tuttavia, Arena decide di avvisare della falsa scomparsa Antonio Macrì il quale, a detta di Arena, si era assai arrabbiato per quella notizia avvertendoli successivamente che Domenico Camillò, Domenico Macrì e Michele Pugliese Carchedi stavano per uccidere Paolino Lo Bianco perchè lo ritenevano responsabile della loro sparizione. I due, quindi, dopo un mese in Lombardia, sono tornati in Calabria. Arena ha quindi riferito di essersi comunque allontanato dai Pardea "legati a doppio filo" alla cosca di San Gregorio D'Ippona che il collaboratore riteneva complici della morte del padre. Ed inoltre "Francesco Antonio Pardea si era avvicinato a esponenti dei Mancuso. Ho anche pensato che avrei dovuto guardarmi anche dai Pardea perché forse anche loro una regia occulta l'avevano avuta" nella scomparsa del padre.
Terminata la prima parte dell'udienza Bartolomeo, nella seconda parte, rispondendo alle domande del pm Annamaria Frustaci ha parlato di alcuni soggetti che secondo la Dda sarebbero inseriti nella struttura criminale vibonese tra cui Saverio Razionale, Rosario Fiarè, Peppone (Giuseppe) Accorinti, Gregorio Gasparro e Francesco Antonio Pardea.
"Lei a chi paragona Saverio Razionale a livello criminale nel Vibonese?" Ha domandato il pm Frustaci. "A Rocco Anello e Peppe Accorinti - ha risposto Arena - sono allo stesso livello suo per potenza militare e carisma, e sopra di loro, e quindi al vertice di tutta la provincia di Vibo, vi è Luigi Mancuso". Ma, ha aggiunto Arena, "con Anello e Razionale si può ragionare, con Accorinti no, lui si fa forte solo per via della paura che incute. Era una persona pericolosissima perché magari andavi a trovarlo per una semplice mangiata e ti ritrovavi con una corda al collo. E proprio una corda l'aveva mostrata a Pardea dicendo: 'Che cosa devo fare con voi?'"
Durante il dibattimento sono stati toccati diversi punti tra cui i rapporti della 'Ndrangheta con i narco-broker, le attività di estorsione ed usura, i collegamenti con i colletti bianchi, tra cui presumibilmente alcuni esponenti dell'avvocatura, che si sarebbero addirittura adoperati per aggiustare determinati processi.
Ad esempio Arena ha parlato di un procedimento in Corte d'Assise di Palermo che "riguardava soggetti della provincia di Reggio Calabria". La vicenda è tutt'ora coperta dal segreto istruttorio. Tuttavia il teste ha dichiarato che i "Pardea si mossero presso Razionale in quanto a Roma aveva importanti collegamenti, e alla fine quei ragazzi furono assolti mentre in primo grado erano stati condannati".

La locale di 'Ndrangheta di San Gregorio D'Ippona
Il collaboratore rispondendo alle domande del pm ha affermato, in riferimento alla locale di 'Ndrangheta di San Gregorio D'Ippona, che "dopo la morte di Pino Gasparro, il comando è passato a Rosario Fiarè, a Saverio Razionale, ai Vinci e ad altri soggetti a loro legati". Questo passaggio di comando, come altre vicende interne, il teste ha affermato di averle sapute fin dagli anni '90 dal defunto Totò Mazzeo "il quale a sua volta li seppe da Fiarè. Ovviamente esiste anche una struttura di 'Ndrangheta, anche se non è riconosciuta dal Crimine di Polsi, contrariamente ai suoi componenti apicali, ed è retta da Rosario Fiarè il quale ha anche rapporti con moltissime altre cosche del Vibonese, come ad esempio quella dei Lo Bianco, i Bonavota, la Locale di Piscopio e i Mancuso di Limbaldi. Ma anche fuori dal contesto vibonese la cosca di San Gregorio D'Ippona ha molte ramificazioni. A Torino, per citarne una, dove avevano un loro parente che si chiamava Lorenzo Fiarè". Oltretutto il rapporto tra il sodalizio mafioso di Limbalidi e quello di San Gregorio era così stretto che "sempre negli anni '80, ma anche prima, Giuseppe Mancuso alias 'Mbrogghjia, è stato latitante proprio nel piccolo borgo limitrofo a Vibo" e che "due dei suoi figli, avuti con una donna di Piscopio, dimorano proprio qui".
Il teste ha continuato affermando che, sia Razionale che Accorinti, "facevano parte del gruppo di 'Mbrogghjia commettendo omicidi negli anni '80 per suo conto" precisando "di aver appreso la circostanza dal nonno ma anche da altri soggetti. Con loro c'erano anche i Vinci, Nazzareno Pugliese di san Costantino, Raffaele Fiamingo di Spilinga, i Mercuri, i Valenti e i Barbieri di San Calogero. Uno di questi omicidi fu quello di mio padre Antonio. Razionale ed Accorinti sono stati, inoltre, artefici della scomparsa di Roberto Soriano e di Antonio Lo Giudice".
Sempre sulla scia degli Accorinti, Arena ha aggiunto che "pochissimo tempo prima dell'operazione 'Nemea', primavera 2018, Giuseppe Soriano aveva necessità urgente di trovare una bomba, attivabile con un telecomando, che aveva Francesco Antonio Pardea. Noi eravamo convinti che servisse far saltare in aria Peppone Accorinti perché i Soriano si erano messi sulle sue tracce visto che, per fare loro un dispetto, dimorava proprio nel loro territorio".


maxi processo rinascita scott lamezia


La figura di Gregorio Giofrè, detto "Nasone" e i rapporti con i narcos
La testimonianza si è poi spostata sulla figura di Gregorio Giofrè, genero di Rosario Fiarè detto "Il Gatto", figlio di Pino Gasparro, ucciso dal suo amico Francesco Fortuna, detto "Pomodoro".
Giofrè, ha riferito il teste, è stato il primo a chiamare suo padre "per portare l'imbasciata di Peppe Mancuso, poco prima della sua sparizione. Con Tonino Fedele aveva una gioielleria a Vibo vicino al cinema Valentini. Giofrè, tra l'altro, era stato tra i primi a portare a Vibo l'eroina".
E per quanto concerne le attività d'estorsione Arena ha raccontato che Giofrè "fin dagli anni '90 chiudeva tutte le estorsioni su Vibo e dintorni ed erano spesso gli imprenditori ad andare da lui. Ripartiva i soldi alla consorteria che operava in quel territorio, e il restante 50% lo divideva con Pantalone Mancuso alias 'Scarpuni'".
Tutte queste attività espletate dal Giofrè, il teste ha detto di averle apprese "da Luigi Vitrò" (alias Occhi di Gatto) e da "Francesco Antonio Pardea, ma in generale erano note negli ambienti criminali, come l'estorsione per la costruzione del "Vibo center" e che aveva questi in mano un grosso imprenditore edile di Vibo: Guastalegname". E, sempre in quel centro commerciale, il teste ha riferito di una vicenda (anch'essa saputa nel 2018) che aveva nel merito un negozio dei cinesi "che si era messo a posto proprio con Giofrè. Tra l'altro, la presenza dei commercianti cinesi interessava anche al nostro gruppo".

Gregorio Gasparro e i colletti bianchi
Per quanto riguarda la figura di Gregorio Gasparro, Arena ha dichiaro che è il nipote di Saverio Razionale "del quale curava gli interessi qui da quando lui si era trasferito a Roma dove ha creato una base logistica insieme ad altre persone e per allontanare i riflettori degli organi di polizia sulla sua persona che a Vibo erano costantemente accesi su di lui. Era molto impegnato nell'usura e aveva interessi con i classici colletti bianchi in altre attività anche se non saprei dire con chi nello specifico. Ultimamente era molto attivo nel campo degli idrocarburi".
Nella deposizione il teste ha aggiunto anche la figura di Michele Vinci (non indagato), dichiarando di conoscerlo solo di vista e che ha "un'edicola di fronte il Cin Cin Bar", aggiungendo che "era vicinissimo ai sangregoresi e che faceva parte di quello squadrone della morte con a capo Giuseppe Mancuso e Rosario Fiaré".
Ma la persona che aveva più rapporti "con Gregorio Gasparro e Paolino Lo Bianco era Mario Lo Riggio". Era una vera e propria 'lavatrice' di denaro' secondo il teste, "questo me lo dissero Pardea e Mommò Marcrì che usciti di galera, intorno al 2017, si rivolsero a lui per chiedergli un aiuto economico, che ottennero ma che doveva essere restituito per come gli imposero Lo Bianco e Gasparro perchè Mario Lo Riggio non era uno che si poteva toccare. Alla fine le somme furono restituite".
Arena ha detto di conoscere la figura di Lo Riggio fin dagli anni '90, quando aveva una rivendita di auto "della quale era socio occulto Paolo Lo Bianco con cui aveva un rapporto di comparaggio". "Poi lo vedevo in compagnia di mio zio - ha detto Arena - Domenico Camillò (ritenuto al vertice dal clan n.d.r) e conosceva anche mio padre con il quale andava a mangiare insieme".
Un'altra attività delittuosa del Gasparro era il commercio del carburante di cui Arena ne apprende l'esistenza da Francesco Antonio Pardea: "Mi disse che Paolino Lo Bianco e Gasparro erano interessati a questo business in quanto acquistavano benzina a basso costo per poi rivenderla ai vari distributori. Inoltre nello stesso settore operavano Rosario Pugliese detto "Cassarola" e Orazio Lo Bianco alias "U tignuso", col cui gruppo non andavamo d'accordo. Anche noi ci stavamo interessando a questo settore dopo averne discusso con Mario De Rito ma poi non se ne fece nulla anche perché iniziai la collaborazione".

La rissa e la rappresaglia
Arena ha raccontato di una discussione avvenuta vicino al centro storico di Vibo in cui sono stati coinvolti da un lato Luigi Federici, Michele e Domenico Camillò e dall'altro Michelangelo, Ciccio Barbieri ed un'altra persona.
I due gruppi erano arrivati alle mani e dopo lo scontro "Michele Camillò mi disse di prendere le armi e andare a spararli. Temporeggiammo ma il giorno dopo io, Michele Manco, Michele Pugliese Carchedi, Giuseppe Camillò, Francesco Pardea, Mommò Macrì e Dominello stabilimmo di rispondere subito e di colpire per prima la terza persona che accompagnava i due fratelli; per l'arma si attivò mio cugino Giuseppe Camillò che da Luigi Vitrò si procacciò un Winchester. Inizialmente sarebbero dovuti andare a sparare Domenico Camillò e Luigi Federici, ma poi andò Michele con la raccomandazione che se avesse visto questo soggetto avrebbe dovuto colpirlo alle gambe. Io gli procurai una moto. Alla fine l'azione fu fatta". Tuttavia arrivati a quel punto la paura di eventuali rappresaglie da parte del gruppo rivale era più che fondata e Arena ha infatti raccontato che nei giorni successivi "ci guardavamo dai nipoti di Accorinti e dallo stesso Peppone, e ventilavano anche la possibilità di ucciderlo perché altrimenti lui avrebbe fatto lo stesso con noi. Poi però si incontrò con Mommo' Macrì al quale gli disse: 'Ma per una cosa di ragazzi bisognava arrivare a sto punto?' E la cosa alla fine rientrò".
Sulle figure di Michelangelo e Ciccio Barbieri, il collaboratore ha raccontato un altro pestaggio, avvenuto tra il 2012 - 2013, "commesso da loro ai danni di Francesco Fiarè, figlio di Rosario, avvenuto nei pressi della piscina di Vibo. Quest'ultimo come mi ha riferito Luigi Vitrò, era talmente imbufalito che voleva addirittura violare la sorveglianza speciale per raggiungere Accorinti ma poi si mise in mezzo Saverio Razionale che andò da Peppone il quale, mi fu riferito, malmenò i suoi nipoti anche perché non era contento di come si comportano".
Sempre sulla figura di Razionale il teste ha raccontato di essere "intervenuto nel 2017, in occasione della sparatoria ai danni del 'Cassarola'. Macrì andò a trovare Razionale al quale aveva chiesto appoggio. Questi gli rispose: 'Prima vedete voi quello che dovete fare e poi vi appoggio' senza tuttavia esporsi prima". Arena ha aggiunto che il Razionale se l'era vista brutta "quando nel corso di un incontro a tavola, Peppe Mancuso gli puntò la pistola alla testa ma non premettte il grilletto per via dell'intercessione di Rosario Fiarè". Questa circostanza, ha detto il collaboratore, di averla appresa da Francesco Antonio Pardea e che è avvenuta prima del doppio tentativo omicidiario ai danni di Razionale verificatosi rispettivamente il primo a San Gregorio e il secondo a Briatico (nel 1995 n.d.r). Questi attenti sarebbero stati, secondo i pentiti, commessi da Roberto Soriano su mandato proprio di Mancuso. "In quella fase invece Luigi Mancuso era in carcere ma poi ebbe ottimi rapporti con Razionale".

L'attività di usura al noto locale "Mocambo"
Il teste ha anche rilasciato delle dichiarazioni in merito al noto locale di Pizzo Calabro definendo Razionale "una persona estremamente furba", la quale aveva "messo sotto usura il ristorante, ed anzi era ormai il padrone dello stesso", ricordando la circostanza - avvenuta nel 2016 - il teste ha riferito del matrimonio del fratello di Francesco Antonio Pardea. Quest'ultimo inizialmente gli ha detto "di andare a trovare Razionale a Roma per parlare del matrimonio ed avere uno sconto. E così, io, Raffaele e Marco Pardea ci recammo da lui.
Il nostro contatto con Razionale era Nilo Pisani, che ha una ditta di impiantistica. Razionale rispose di parlarne con il nipote Gasparro presso il quale andarono i Pardea".
Durante l'incontro, il teste ha affermato che si era affrontata anche la questione della collaborazione di Andrea Mantella e "lui si disse tranquillo in quanto il processo per l'omicidio di Domenico Lo Bianco (zio dell'ex boss di Vibo n.d.r) era stato fatto negli anni '80 ed era stato assolto". Alla fine il matrimonio lo hanno fatto "e lo sconto fu praticato".


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L'avvocato Stilo
Arena ha detto durante la sua deposizione che all'interno della 'Ndrangheta, intorno al 2015 - 2016 si era parlato di "intercettazioni che riguardavano Vincenzo Barba, Saverio Razionale Gregorio Gasparro, Paolo Lo Bianco e Giuseppe Accorinti. Barba - ha continuato il teste - era molto preoccupato perché si parlava di diverse vicende compromettenti nelle quali era stato nominato anche Salvatore Morelli per qualche situazione estorsiva. Loro erano soliti incontrarsi nello studio - o nei pressi dello stesso - dell'avvocato Francesco Stilo (imputato al processo Rinascita Scott n.d.r.) nel quale era stata piazzata una microspia di cui ebbe contezza nel 2015 - 2016 e che portò lo stesso avvocato a denunciarne il ritrovamento alla Procura di Salerno perché erano colloqui fatti nel perimetro del suo mandato difensivo".
Il teste ha poi raccontato, rispondendo alle domande del pm, che i suoi rapporti con l'avvocato erano solo tramite Pardea, il quale "difendeva diversi imputati, tra cui anche quest'ultimo il quale mi diceva che Stilo era un soggetto che si prestava a portare messaggi ai detenuti in carcere e all'esterno. Stilo si vantava di accompagnare Giuseppe Accorinti nel momento in cui ad esempio doveva incontrare qualcuno a Lamezia, e si faceva 'forte' del fatto di essere il legale. Prima di rinvenire le microspie, determinati personaggi si recavano presso una stanza riservata del suo studio per parlare tra di loro anche se non penso che Stilo fosse a conoscenza dei dialoghi anche se era consapevole della circostanza". Ed anche nei riguardi dello stesso Arena, l'avvocato si sarebbe adoperato per far ottenere "tramite un amico un casellario giudiziale immacolato, visto che su di me c'era qualche precedente. Lui mi disse di averlo ottenuto ma non so se l'ha fatto veramente".
Arena, secondo le sue dichiarazione, avrebbe iniziato a frequentare l'avvocato dopo l'accoltellamento di Palmisano. Nella vienceda sarebbe coivolta anche una ragazza che "lavorava proprio presso il legale". La giovane "inizialmente piaceva a Pardea, che la tolse dal bar in cui lavorava per farla entrare nello studio di Stilo, trovandole anche un appuntamento. In occasione dell'accoltellamento di Palmisano, nel luglio 2016, questi si trovava nell'edificio in cui stava questa ragazza, Emanuela Chilla, e con la quale aveva una mezza relazione". Inoltre la ragazza "abitava lo stesso Pardea con la nonna. L'avvocato ci riferì che stava istruendo la giovane per farle dire ai carabinieri che l'avevano convocata, di non sapere nulla dell'episodio ma in effetti ritengo che non potesse sapere alcunché. Noi avevamo comunque appreso, per il tramite del legale, che erano state formulate dagli investigatori domande su di me e su Pardea e Camillò". A questo punto del dibattimento i toni si sono fatti più accesi ad è seguito un diverbio tra l'avvocato Pietro Chiodo, legale di Stilo - più volte invitato dal presidente a mettere correttamente la mascherina - il pm Frustaci e gli stessi giudici del Tribunale. La discussione si era fatta incontrollabile e la presidente Cavasino è stata costretta ad interrompere momentaneamente l'udienza.
Tornata la calma il dibattimento è ripreso e il teste ha riferito che Stilo "ci aveva riferito che non sarebbe stato un problema per noi a seguito delle risposte offerte dalla Chilla ai carabinieri" ed in generale "Stil si prestava per portare un bigliettino ai detenuti da parte dei familiari o viceversa".
Arena è tornato anche suoi rapporti intercorsi tra Francesco Antonio Pardea e l'avvocato Stilo raccontando che il primo stava cercando di ottenere la rivalutazione della pericolosità sociale e "il legale gli disse di trovare qualche struttura di volontariato in modo tale da poter attestare che stesse svolgendo attività di volontariato; quindi mi sono attivato con mia madre perché lavorava presso 'La Casa di Nazareth', ma lei mi rispose che in queste cose non voleva entrarci. Al che, sono andato a trovare la dirigente della struttura, Carmen Crupi" riuscendo a "far risultare che Pardea prestasse tale opera" addirittura "attestando una data retroattiva. Ovviamente ad eccezione di un'unica occasione. Pardea lì non ci andò mai. So che anche altri soggetti erano iscritti in quella struttura, quali Paolo Lo Bianco e Damiani Pardea, ma nel loro caso non so chi si interessò. Ad ogni modo poi la questione della rivalutazione della pericolosità sociale non fu fatta".
Infine il collaboratore ha riferito che l'avvocato "ci diede disponibilità di uno dei suoi appartamenti siti nei pressi del tribunale nuovo per ospitare per 20-25 giorni un certo Brizzi da Torino, soggetto pregiudicato, che veniva a Vibo per tramite di Domenico Oppedisano con lo scopo di avviare un'attività di falsificazione di banconote che poi non avvenne. Tuttavia io non rivelai all'avvocato l'attività dell'ospite. Tra l'altro, ci disse che se fossimo riusciti a venderli ci avrebbe dato una quota".

I legami dei Fiarè e degli Accorinti con i narcos
Un altro argomento trattato durante la deposizione di Arena sono stati i rapporti dei Fiarè e degli Accorinti con i narcos. Il collaboratore ha detto di averli appresi sempre da Luigi Vitrò. Per Arena i Fiaré e gli Accorinti avrebbero avuto anche rapporti con il broker "Vincenzo Barbieri, uno dei narcos più grossi di tutta la Calabria il quale si serviva per i suoi traffici ai alcuni ragazzi di Vibo: Antonio Franzé, detto 'Platinì' e di Filippo Paolo, del genero Giorgio Galiano, e di Giuseppe Topia che era il suo braccio destro e che andava per le famiglie a chiedere soldi per l'investimento di stupefacente. Altri personaggi andavano in Sudamerica e facevano il cosiddetto 'ostaggio' fino a quando non arrivava il bonifico del pagamento propedeutico alla spedizione, via mare, della droga. Una volta proprio Topia, che aveva rapporti stretti con Vitrò, rischiò di essere ucciso, ma uno dei Pugliesi di Sciconi, che stava lì in quanti sposato con una sudamericana, lo fece fuggire".

I Curello
Durante l'udienza è stato affrontato anche la questione dei fratelli Curello. Il teste ha dichiarato che "secondo quanto mi riferì Pardea" loro "avevano un'autoambulanza ed erano soggetti legati a Gregorio Gasparro. Qualche latitante è stato spostato sul loro mezzo ma di specifico non saprei riferire".
In una ramificazione della testimonianza Arena è tornato sulla figura di Rocco Anello spiegando che il territorio di Pizzo era diviso tra quest'ultimo e il fratello da un lato e "i Bonavota dall'altro. E Rocco Anello è stato lui che ha costruito l'Eurospin di Pizzo anche perché lui ci andava a lavorare". Invece su Domenico Pardea chiamato 'Mimmu u Raisi' ha dato che "criminalmente si muoveva a Pizzo con entrambe le due consorterie".

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