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Nelle inchieste "Handover" e "Pecunia olet" indagati anche un commercialista e alcuni membri delle Forze dell'ordine per favoreggiamento

Un durissimo colpo è stato inflitto stamattina all'Ndrangheta, in particolare contro la cosca dei Pesce, potente famiglia di mafiosa ramificata nel territorio di Rosarno, grazie alla coordinazione di due indagini, la "Handover" eseguita dalla Squadra Mobile e la "Pecunia olet" guidata dal R.o.s (supportato dal Comando provinciale di Reggio Calabria) e dal G.i.c.o, entrambe condotte dalla Dda di Reggio Calabria, diretta dal procuratore capo Giovanni Bombardieri in concerto con il Procuratore aggiunto Calogero Gaetano Paci, e dai Sostituti Francesco Ponzetta e Paola D'Ambrosio.
Le operazioni hanno portato all'esecuzione di 53 misure cautelari nei confronti di altrettanti soggetti (44 in carcere e 9 ai domiciliari) nonché al sequestro preventivo di tre società con sedi a Rosarno, il cui valore complessivo risulta oltre di 8,5milioni di euro. Ai soggetti colpiti dall'ordinanza di custodia cautelare sono stati contestati a vario titolo l'associazione mafiosa (13 soggetti presumibilmente facenti parte della cosca Pesce) associazione finalizzata al traffico, alla cessione e al deposito di sostanze stupefacenti (prevalentemente marijuana e hashish), estorsione (per diverse migliaia di euro a danno di imprenditori e operatori economici) e detenzione di armi anche da guerra (Kalashnikov, mitragliatrice P40 e M12 S). Alcuni dei soggetti rimangono indagati a piede libero per intestazione fittizia di beni.
L'inchiesta svolta dagli investigatori ha riguardato anche diversi membri delle Forze dell'Ordine, indagati per attività di favoreggiamento. A renderlo noto è il questore di Reggio Calabria, Bruno Megale durante una conferenza stampa, "a dimostrazione che l'attività della Polizia di Stato riguarda anche le proprie strutture. Nella nostra attività non guardiamo veramente in faccia a nessuno".

Il clan Pesce e l'imprenditoria collusa siciliana
Le operazioni "Handover" e "Pecunia olet" hanno permesso di disarticolare la rete di controllo della cosca Pesce sia sul fronte delle attività strettamente criminali come il traffico di sostanze stupefacenti - i cui proventi finivano in una cassa comune in grado di garantire remunerazione sistematica agli affiliati - l'estorsione e il controllo illecito di molte attività nel Porto di Gioia Tauro, sia sul settore economico imprenditoriale. Infatti l'indagine "Pecunia olet" ha permesso di documentare l'esistenza di stretti rapporti intercorsi tra la consorteria criminale calabrese e il gruppo imprenditoriale siciliano, il quale, secondo gli investigatori, al fine di ottenere ampi benefici economici non avrebbe esitato a stringere accordi con la 'Ndrangheta.
Tali accordi prevedevano la gestione monopolistica del clan Pesce dello stoccaggio e del trasporto su gomma delle merci destinate a rifornire i punti vendita al dettaglio del gruppo siciliano. Mentre l'imprenditoria collusa, conscia della natura mafiosa dei suoi collaboratori e al fine di evitare indagini nei suoi riguardi avrebbe creato una sorta di 'depistaggio' stipulando accordi legali con una sola ditta di autotrasporti 'pulita' appartenente a soggetti incensurati, la quale a sua volta affidava ulteriori operazioni di trasporto ad aziende legate o gradite al sodalizio criminale, assicurandosi in tal modo una gestione monopolizzata del settore dei trasporti e di conseguenza un incremento degli introiti economici, nonché la crescita del proprio potere mafioso sul territorio.
Nel 2014 è stato raggiunto l'apice imprenditoriale dei gruppi siciliani, il quale era arrivato ad essere presente sul territorio calabrese con un centro di distribuzione e smistamento delle merci a Rosarno; tre punti vendita a gestione diretta (uno a Rosarno e due a Reggio Calabria); quattro punti vendita a gestione indiretta, concessi in affitto (due a Reggio Calabria, uno a Catanzaro ed uno a Cosenza); sei punti vendita legati da rapporti di affiliazione e somministrazione (uno a Gioiosa Jonica, due a Melito Porto Salvo, tre a Reggio Calabria).
Ma, nonostante gli accordi stretti con la consorteria mafiosa, il gruppo siciliano è stato costretto a versare regolarmente somme di denaro a titolo estorsivo al clan Pesce al fine di non subire danni alle attività commerciali.

Il fulcro del meccanismo collusivo
Secondo gli inquirenti un tassello fondamentale del sistema collusivo imprenditoriale - mafioso sarebbe rappresentano da un commercialista di Rosarno il quale avrebbe orchestrato la gestione delle attività di occultamento del patrimonio illecitamente accumulato dalla cosca Pesce.
La sua figura professionale era già emersa in precedenti attività di indagine in cui è risultato essere profondamente in contatto con esponenti della criminalità organizzata di Rosarno oltre che ad essere il depositario di diverse scritture contabili di diverse aziende riconducibili a soggetti sodali al clan Pesce. All'interno della struttura 'Ndranghetista, sempre secondo l'indagine "Pecunia olet", il commercialista si muoveva con disinvoltura e spregiudicatezza tanto da divenire un punto di riferimento per chi voleva intraprendere delle iniziative criminali sul territorio, proprio in virtù dei suoi legami con la 'Ndrangheta.

Alleanze e attività criminali
Inoltre le indagini hanno permesso di ricostruire l'esistenza di un sistema criminale composto dal clan Pesce e dai suoi alleati, i Bellocco di Rosarno e i Piromalli di Gioia Tauro, attraverso il quale i sodalizi criminali esercitavano una fitta rete di infiltrazione e controllo nel tessuto economico locale, dal quale le cosche prendevano ingenti somme di denaro destinate al finanziamento di attività illecite al sovvenzionamento dei sodali detenuti e delle loro famiglie, nonché alle esigenze del latitante Antonino Pesce, classe 1992. In particolare le attività illecite riguardavano l'estorsione in danno a molti proprietari terrieri e altri imprenditori operanti nel settore immobiliare.
Oltretutto i clan attuavano forti forme di controllo - diretto o indiretto - sulla circolazione dei beni sul territorio imponendo anche una sorta di 'tassa di circolazione' attraverso il cosiddetto 'sistema della guardiana', in cambio, agli operatori economici veniva garantita 'sicurezza' e 'protezione' da 'eventuali' danni alle coltivazioni. Lo stesso metodo coercitivo sarebbe stato anche esteso ad altri operatori presenti sul territorio impegnati nella realizzazione di lavori di interesse pubblico tra cui anche la costruzione di un capannone industriale nell'area portuale tra Gioia Tauro e San Ferdinando poi affidata dall'Autorità Portuale ad una società di costruzioni di un'altra provincia calabrese. Inoltre nell'area intermedia tra il Porto e la zona industriale si sarebbe dovuta iniziare la costruzione di un terminal, la cui gestione è stata assegnata dall'Autorità Portuale ad una società lombarda e da quest'ultima ad un'associazione temporanea d'imprese costituita da due ditte, una lombarda e una calabrese.
I lavori sono stati eseguiti in parte da alcune ditte imposte delle cosche Pesce e Piromalli, le quali costringevano gli imprenditori a pagare il pizzo riaffermando, in tal modo, l'influenza criminale sull'importante struttura portuale di quel territorio.

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