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Il dettaglio in un'intercettazione nell'inchiesta "Perseverance"

L'indagine di polizia e carabinieri sulla 'Ndrangheta partita da Modena e Reggio Emilia ha permesso di rafforzare la conoscenza sull'organizzazione del gruppo emiliano, storicamente legato alla cosca Grande Aracri di Cutro, ma operante in autonomia, con "enorme capacità di infiltrazione nei settori centrali della economia e della vita civile", come sottolineano gli inquirenti.
E' quanto emerge nell'inchiesta 'Perseverance' che vede coinvolti esponenti di famiglie già colpite dall'operazione 'Aemilia', storico processo contro la 'Ndrangheta in Emilia-Romagna, che finora erano ancora in libertà.
Tra essi spicca il nome di Giuseppe Sarcone Grande, fratello di Nicolino, Gianluigi e Carmine, già arrestati e condannati come esponenti della 'ndrangheta emiliana e Salvatore Muto, fratello di Luigi e di Antonio, entrambi condannati anche di recente dalla Corte d'Appello di Bologna, nel processo Aemilia. Rimasto in libertà, secondo gli inquirenti avrebbe proseguito l'attività illecita dei fratelli, mettendo tra l'altro in contatto per affari illeciti la cosca emiliana con un'insospettabile coppia di cittadini modenesi "incensurati e spregiudicati".
L'attività ha consentito così di sequestrare 5 società - due a Modena e tre a Reggio Emilia - , quattro complessi immobiliari - tre a Cutro e uno a Reggio Emilia - oltre a un'autovettura, tutto risultato riconducibile alla nota famiglia calabrese. Tra i reati contestati agli altri indagati nel procedimento figurano anche quelli di trasferimento fraudolento di valori e falsità ideologica. Alcuni episodi tra i più emblematici emersi nelle fasi investigative riguardano anche il tentativo di acquisire, tramite prestanome, la gestione di un'area di servizio in provincia di Reggio Emilia e di una sala slot e scommesse nella città di Modena, attraverso la costituzione, da parte di soggetti compiacenti, di apposite società, tutte di fatto occultamente gestite dal Sarcone.

Le violenze
L'organizzazione criminale non si sarebbe fatta particolari scrupoli anche per compiere fatti di violenza nei confronti di una donna. E gli inquirenti hanno potuto sventare il fatto dopo aver intercettato alcuni degli indagati che parlavano del progetto di sfregiarla gettandole dell'acido sul volto. Solo grazie ad alcune perquisizioni i mandanti, due coniugi, abbandonarono l'obiettivo per il timore degli inquirenti.
"Ragazzi c'è da fare una lavorettino, se vi interessa eh (...) c'è da picchiare una donna...". Si legge nell'agghiacciante dialogo registrato tra gli indagati, Giuseppe Friyo e Domenico Cordua. "E che dobbiamo fare? Dobbiamo darle dei pugni?". Cordua: "La mandate in ospedale... o le buttate un po' di acido sulla faccia". E ancora: "Dev'essere sfregiata?". "Bravo, solo la faccia però. Le butti l'acido addosso e te ne vai".
Parole gravi che dimostrano la totale mancanza di scrupoli dell'organizzazione criminale.

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