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20210308 mafia nove atti donne ndranghetaNuovo appuntamento con il ciclo di incontri "Mafia in Nove atti"

L’8 marzo è stato un giorno di lotta, di riflessione, di presa di coscienza. È stato un giorno in cui si è espresso, discusso, commentato la condizione della donna nelle più diverse sfaccettature e contesti sociali. Spesso però molti ambienti, come quelli mafiosi e criminali, rimangono sconosciuti e nascosti all’opinione pubblica. Ed è stato proprio questo il tema centrale dell’evento "Mafia in Nove Atti", un progetto organizzato in più tappe dall’associazione Elsa Verona, in collaborazione con l’associazione culturale Falcone e Borsellino. Oltre a Ernesto Francia sono stati presenti il giornalista e caporedattore di ANTIMAFIADuemila Aaron Pettinari, la Dott.ssa Daniela Chemi capo gabinetto della prefettura di Verona, l’avvocato Rosa Maria Vadalà, l’attrice Annalisa Insardà assieme alla cantante Vicky Iannacone e il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura. A moderare l’incontro i due professori di diritto penale Roberto Flor e Lorenzo Picotti.

Aaron Pettinari: “8 marzo, un giorno di lotta e di rivoluzione”
L’8 Marzo è la festa della donna, ma la lotta per arrivare ad una reale parità di diritti e opportunità è ancora in corso e non si concluderà molto presto. La lotta delle donne – come ha detto il caporedattore di ANTIMAFIADuemila - “passa anche da atti di coraggio è non è facile in certi ambienti”. Certamente dentro le organizzazioni criminali la pressione esercitata sulle donne dal sistema mafioso è assai più forte che all’esterno, infatti serve tanto coraggio per “far valere i propri diritti e per riuscire a staccarsi” dalle “famiglie. In particolare all’interno della 'Ndrangheta, diversamente da quanto succede in cosa nostra, i rapporti si fondano solo su legami di sangue e quindi è molto difficile che mafiosi appartenenti a quel mondo decidano di collaborare con la giustizia. E, come ha sottolineato il giornalista, è “ancora più difficile per le donne”.

Le donne nelle mafie Italiane
Nel suo intervento la dott.ssa Daniela Chemi ha descritto le differenze principali che intercorrono tra le donne appartenenti a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra, specificando il fatto che “le donne inserite in questi sodalizi criminali assumono connotazioni del tutto differenti”.
All’interno di Cosa Nostra vige una struttura rigida e patriarcale e per questo la donna ricopre un ruolo ancillare e non ha possibilità di raggiungere le stesse posizioni di potere degli uomini.
Come ha precisato Daniela Chemi “la donna è moglie di qualcuno, madre di qualcuno o figlia di qualcuno”. E citando anche lo scrittore Leonardo Sciascia ha continuato dicendo che “molte disgrazie, molte tragedie del Sud ci sono venute dalle donne, soprattutto quando diventano madri. … Quanti delitti d’onore sono stati provocati, istigati o incoraggiati dalle donne!". Infatti nonostante le “donne d’onore” siano sottomesse all’uomo dentro le famiglie di Cosa Nostra, esse in mancanza della leadership maschile (che si può verificare ad esempio con un arresto) possono assumere le redini della famiglia e portarne avanti le attività.
Successivamente, per quanto riguarda le donne di Camorra la situazione è molto diversa. “Sono delle signore pronte al delitto, sono degli angeli neri” ha commentato la dottoressa, spiegando che rispetto alla loro controparte Siciliana sono “molto più emancipate, hanno ambizione e molta sete di potere”. Nella Camorra, ha poi sottolineato, - specialmente in quella Napoletana - le donne possono ricoprire ruoli dirigenziali anche in presenza di una figura maschile. 
Infine le donne di 'Ndrangheta sono molto simili a quelle di Cosa Nostra, quindi collocate in ruoli subordinati rispetto agli uomini: “Sorelle di omertà” le ha definite la dott.ssa Daniela, ribadendo il fatto che anche nella ‘Ndrangheta, in mancanza di un uomo al posto di vertice, la donna può sostituirsi a lui.

Donne di 'Ndrangheta: detentrici di segreti 
Il ruolo delle donne all’interno della ‘Ndrangheta ha molta più importanza rispetto a quello ricoperto dalle donne di cosa nostra e della camorra in quanto, come ha detto Ernesto Francia, “sono le donne che trasmettono i 'valori' mafiosi ai figli ed è per questo che le donne calabresi assumono un ruolo fondamentale”. Grazie alla maggior parte di loro la mafia calabrese si garantisce la sopravvivenza con le generazioni future, ossia la continuità della linea di sangue.
L’elemento più importante è il fatto che la donna ‘ndranghetista, ha spiegato lo scrittore, “a differenza della donna di Camorra e della mafia Siciliana riesce a tenere tutti i segreti della famiglia stessa (…). Ed è per questo che la ‘Ndrangheta è così violenta nel punire le donne che decidono di collaborare”.
Non vi è dubbio quindi che il processo di “uscita” dalla famiglia, se si parla di ‘Ndrangheta, è molto più difficile e complicato rispetto alla Camorra e a Cosa Nostra, in quanto andare a confessare alle autorità i segreti della cosca di appartenenza significherebbe tradire il proprio padre, il proprio marito o il proprio fratello.

I manager donna della 'Ndrangheta
Come è emerso da varie inchieste e processi giudiziari le mafie, in particolare la ‘ndrangheta, in questo momento storico stanno mutando la loro struttura criminale dirottando i loro sforzi verso la creazione di sistemi sofisticati di riciclaggio di denaro. Proprio in questo contesto, ha spiegato la Dott.ssa Maria Rosa Vadalà, le donne “mettono al servizio delle organizzazioni le loro competenze di livello economico e giuridico (...) presentandosi come il volto pulito dell’organizzazione”. In questo caso la donna non ricopre veri e propri ruoli dirigenziali ma si insedia all’interno di posti di tipo manageriale e di gestione del patrimonio della cosca, riuscendo anche a destreggiarsi all’interno della struttura giuridica italiana.

Luigi Bonaventura: “Il vero potere è la libertà di scegliere”
Nell’ultima parte dell’evento il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura ha reso una testimonianza del percorso fatto da lui e dalla sua famiglia per arrivare a staccarsi dalla ‘Ndrangheta e riconquistare la libertà. Luigi prima di tutto ha precisato che le donne di 'Ndrangheta “prima che vittime di mafia sono vittime del loro consorte” e che dobbiamo impegnarci tutti affinché non ci sia più “nessuna differenza tra le persone”. In particolare, raccontando la sua vita personale, ha fatto riferimento a sua moglie Paola: “E' lei la donna che mi ha migliorato la vita. È lei la vera combattente, io faccio quello che posso” sottolineando il fatto che è “grazie a lei che è stato reciso un ramo della ‘Ndrangheta. I miei figli grazie a lei non saranno mafiosi, né i figli dei miei figli”. Come ha detto infine Bonaventura “il vero potere è la libertà di scegliere”.

Our Voice: il Fiore di Lea
Il movimento culturale internazionale Our Voice in occasione dell’evento ha presentato un video dal titolo “Il fiore di Lea”. A presentarlo è stata Lucia Sgarbossa, la referente del gruppo veneto di Our Voice. 
“Il fiore di Lea” è stato un omaggio a tutte le donne che lottano ogni giorno contro le mafie e contro il sistema patriarcale in cui viviamo. Il video è stato ispirato dalla storia di Lea Garofalo, testimone di giustizia e vittima della 'Ndrangheta. Questa donna decise insieme alla figlia Denise di allontanarsi dalla famiglia, dalla terra e dal marito, per conquistare la libertà. La sua scelta le costò la vita: Lea Garofalo venne uccisa il 24 novembre del 2009 dal marito e dai suoi collaboratori.
Lea si ribellò non solo alla ‘Ndrangheta, ma anche ad un sistema patriarcale e maschilista che opprime sistematicamente la donna. Per questo motivo viene definita un “esempio” dai ragazzi di Our Voice. Un esempio di coraggio, forza e amore.
Il video ha ripercorso le tappe della vita della giovane donna, raccontando la sua infanzia in Calabria e l’innamoramento con Carlo Cosco, suo futuro marito e anche, purtroppo, suo futuro carnefice. La giovane attrice si è immedesimata in quella vita di sofferenze e di privazioni, di paure e di ripensamenti e ha concluso l’interpretazione recitando un testamento, lasciato da Lea Garofalo alla figlia: “Tieniti stretta la tua libertà e non farti mai dire cosa devi fare o cosa devi pensare”. Il coraggio di questa donna può e deve essere davvero un esempio di emancipazione, capace di ispirare altre giovani ragazze, figlie, sorelle, madri. Perché tutte loro possano esercitare il sacro diritto di scegliere, senza la paura di perdere per questo la propria vita.

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