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Ricordati: il mondo si divide in due. Ciò che è Calabria. E ciò che lo diventerà.
Vedendo quello che è accaduto ieri in Trentino con l’inchiesta “Perfido”, e quanto sta accadendo nel Nord Est d’Italia negli ultimi mesi, sembra che la profezia del vecchio boss ‘ndranghetista si stia avverando.
Ancora una volta, infatti, dalle indagini svolte in perfetta coordinazione dai magistrati della Procura di Trento e di Reggio Calabria e dagli investigatori del Ros, emerge come nella parte orientale della nostra penisola le cosche si sono radicate e consolidate da almeno quattro decenni.
È un’amara realtà, espressa con parole chiare dal Procuratore Raimondi. Una realtà di cui si deve prendere atto se davvero si vuole affrontare il problema concretamente. Per troppi anni, in Trentino e nel Nord-Est vi è stata non solo un’evidente sottovalutazione della presenza e del pericolo mafie – anche da parte degli apparati investigativi e prefettizi – ma, diciamolo con chiarezza, vi è sono stati anche un certo fastidio ed una certa indifferenza rispetto al problema.
Fastidio perché si è pensato che parlare di mafia potesse danneggiare l’immagine di territori che, come quello trentino, sono caratterizzati da un’economia florida basata per una parte consistente sul turismo. Indifferenza, perché si è ritenuto che quello delle mafie fosse un problema di ordine pubblico riguardante esclusivamente il Mezzogiorno. Dalle 275 pagine dell’inchiesta “Perfido”, invece, emerge come anche in Trentino sia progressivamente attecchita la malapianta della criminalità mafiosa e si sia assistito ad un progressivo e preoccupante diffondersi dell’omertà, della violenza e delle intimidazioni.
I mafiosi giunti nel Nord d’Italia, in particolare gli ‘ndranghetisti, hanno capito che in questo territorio è preferibile investire piuttosto che sparare, essere “voluti bene piuttosto che essere temuti”, come disse qualche anno fa un capomafia e come dimostra la creazione di un’associazione culturale come quella denominata “Magna Grecia”.
In Trentino come in Veneto, Friuli Venezia Giulia e altre parti dell’Italia Settentrionale, i boss hanno trovato il modo svolgere affari tessendo una rete di relazioni che gli è valsa il supporto di quella “area grigia” popolata da imprenditori, liberi professionisti, banchieri e politici locali all’apparenza insospettabili. La criminalità organizzata si è progressivamente congiunta con la criminalità economica: frodi, truffe, intestazioni fittizie di beni, evasione fiscale e contributiva. Il cemento è costituito dalla corruzione, dal voto di scambio, dallo sfruttamento delle persone e dall’omertà, quest’ultima generata dalla paura o dalla complicità.
A Trento, in queste ore, circola un termine: sconcerto. Si fa un po’ fatica a comprendere fino in fondo questo sentimento.
Da alcuni anni, infatti, la Direzione nazionale antimafia, la Direzione investigativa antimafia e la Commissione parlamentare antimafia lanciano alert sul Trentino. Lo ha fatto anche il “Coordinamento lavoro porfido”, presentando diversi esposti che spesso sono stati archiviati.
È probabile che siamo solo all’inizio di un percorso di bonifica di legalità. Il lavoro dei magistrati e degli investigatori è necessario per sconfiggere le mafie, ma non basta. In Trentino e nel Nord-Est serve un impegno corale, responsabile e partecipato. Adesso.

*Corriere del Trentino, 17/10/2020

Tratto da: liberainformazione.org

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