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La cosca imponeva tassi fino a 1.700%
di AMDuemila - Video
Il procuratore capo di Reggio Calabria Bombardieri: “Raddoppia rischio usura”

Tra le 22 persone arrestate questa mattina da Carabinieri e Guardia di Finanza di Reggio Calabria nell'ambito dell'operazione "Libera Fortezza" ci sarebbero esponenti di primissimo piano della cosca Longo-Versace di Polistena. Oltre agli arresti, è stato sequestrato un ingente patrimonio, stimato in più di 5 milioni di euro. Come hanno spiegato gli inquirenti, l’inchiesta ha colpito "capi, discendenti e gregari" della cosca operante nella Piana di Gioia Tauro. Gli investigatori hanno ritenuto di avere ricostruito la nomenklatura del clan documentando i vari ruoli ricoperti all'interno del sodalizio mafioso, dedito all'usura. In particolare, Luigi Versace, Domenico Giardino e Diego Lamanna, "capi ed organizzatori della cosca", avrebbero avuto compiti di decisione delle modalità di gestione degli affari del sodalizio, individuavano le azioni delittuose da compiere, valutavano la solvibilità dei debitori e mediavano in caso di conflittualità tra gli affiliati o con appartenenti ad altre cosche. Secondo i magistrati Vincenzo Rao aveva il ruolo di organizzatore e gestore dei rapporti economici della consorteria con i numerosi debitori, destinatari di continue erogazioni del credito, nonché di "contabile" delle pendenze creditorie non ancora soddisfatte e riferibili al sodalizio. A Claudio e Francesco Circosta, Fabio Ierace, Francesco Longo, Cesare Longordo, Vincenzo Politanò, Maria Pronestì, Antonio Raco, Maria Concetta Tibullo, Andrea Valerioti, Antonio Zerbi erano stati assegnati compiti di esecuzione degli ordini e direttive dei capi, e con funzioni operative manifestatesi nel porre in essere quotidiane azioni intimidatorie, volte a mantenere il controllo del territorio polistenese, nel procacciamento delle vittime dei reati contro il patrimonio, nella riscossione dei proventi dei reati e nella cooperazione con gli altri associati nella realizzazione del programma criminoso del gruppo. Secondo le indagini, Giovanni e Francesco Domenico Sposato, esponenti dell'omonima cosca attiva a Taurianova, pur non ritenuti affiliati alla cosca "Longo-Versace", avrebbero fornito un determinante contributo alle finalità del sodalizio, facendo desistere, con minacce, due imprenditori di Taurianova dall'avviare un bar-pasticceria a Polistena, concorrente di un'analoga attività commerciale gestita da Maria Concetta Tibullo. Tra gli indagati emergono figure legate da vincoli di parentela con gli storici capi cosca di Polistena, a conferma della solidità del principio familistico della ‘Ndrangheta, ed in particolare: Luigi Versace, figlio di Antonio Versace, indicato come esponente di vertice della criminalità organizzata polistenese nel periodo a cavallo tra gli anni '80 e '90, ucciso il 7 settembre 1991 col fratello Michele, con una plateale esecuzione mafiosa, e Maria Violetta Longo, figlia del patriarca Luigi Longo; Diego Lamanna, genero di Domenico Longo, a sua volta figlio del defunto boss Luigi. E ancora, Domenico Giardino, genero di Francesca Longo, 74 anni, altra figlia di Luigi; Rocco Longo, 27 anni, figlio di Francesco, 42 anni, detto "Ciccio Mazzetta", anch'egli tra gli odierni arrestati, esponente di assoluto rango, dicono gli investigatori, nel contesto della criminalità organizzata locale e figlio del defunto boss Rocco Longo, fratello di Vincenzo, 57 anni, condannato nel processo "Crimine"; Francesco Circosta, genero del defunto Antonio Versace e Vincenzo Rao, figura centrale nell'indagine, parente acquisito di Giovanni Longo, 54 anni, esponente apicale dell'omonima cosca, già condannato in via definitiva nell'operazione "Scacco matto".



Tassi usurai fino al 1.700%

Secondo gli inquirenti l’usura era il "core business" del clan e quindi e non a caso fra i beni sequestrati risulta la somma di 144.000 euro che si ritiene costituisca una parte degli interessi usurari maturati dal gruppo. L’inchiesta era partita proprio da un controllo da parte dei carabinieri effettuato nei confronti di un imprenditore locale, il quale ha confidato ai militari di essere sotto il giogo di esponenti della criminalità organizzata locale dopo essere stato costretto a ricorrere a diversi prestiti usurari, attuati con modalità estorsive. Lo sviluppo dell’attività investigativa ha permesso di individuare numerose altre vittime di una vera e propria rete di usurai ed estortori facente capo alla nota cosca di ‘Ndrangheta. Con i metodi violenti della mafia calabrese, gli affiliati riuscivano a riscuotere somme, a titolo di interesse, esorbitanti, come i 55.000 euro estorti a un imprenditore a fronte di un prestito personale originario di 15.000. L'uomo ha pagato, pressato dalle minacce degli indagati, in circa due anni, la somma in questione a titolo di soli interessi, corrisposti ad un tasso usurario superiore del 200% a quello legale, restando comunque debitore per la restituzione del capitale. Secondo la ricostruzione degli investigatori gli indagati, dopo aver individuato la vittima e dopo aver concesso il prestito in denaro, avrebbero ottenuto la promessa di restituzione di una somma maggiorata di un tasso d'interesse variabile, che in qualche caso è arrivato fino al 1.756,40% su base annua (27,56% su base mensile). Al momento del prestito in contanti, l'organizzazione pretendeva assegni "in bianco", di un importo comprensivo del capitale prestato e dell'interesse del solo primo mese, a titolo di garanzia in caso di inadempimento; dopo la dazione del prestito, la vittima era obbligata al pagamento di interessi mensili aggiuntivi fino a quando non fosse riuscita a restituire in un'unica soluzione, il capitale sommato all'interesse. In caso di mancato pagamento, le vittime venivano minacciate e subivano azioni intimidatorie. Alcuni di loro diventavano complici della cosca, assumendo il ruolo ambiguo di tramite per far pervenire le minacce del clan a terze persone, o tentando di saldare il loro debito procurando altri "clienti". "Questa indagine ci restituisce la fotografia di una comunità la cui vita economica e finanziaria era controllata da un gruppo di ‘Ndrangheta che attraverso pressioni, intimidazioni e minacce condizionava la vita di queste persone. - ha spiegato durante la conferenza stampa il procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri - In alcuni casi le vittime si erano rivolte a medici per le cure di cui necessitavano in ragione dello stato di prostrazione fisica e psicologica in cui erano ridotte". Il magistrato ha poi aggiunto che “l’indagine registra anche la denuncia di 13 persone che in tempi diversi e con accanto le forze di polizia sono riuscite a liberarsi della paura e denunciare il dramma personale che stavano vivendo subendo pressioni psicologiche e fisiche per la restituzione di quanto loro erogato con tassi altissimi".
In conclusione, il procuratore capo di Reggio Calabria ha spiegato che la situazione che è emersa dall’operazione “rischia di riproporsi nei prossimi mesi in ragione della crisi economica che nasce dalla situazione di crisi sanitaria".

Foto © Imagoeconomica

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