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di AMDuemila - Video
Il capo dell’anticrimine Messina: “Per la prima volta, giuridicamente, si dimostra la presenza radicata sul territorio della ‘Ndrangheta”

Una doppia faccia: da un lato i traffici illeciti, i legami diretti con le cosche calabresi, le azioni estorsive. Dall'altro, la capacità di presentarsi alle imprese locali, all'occorrenza, come "volto pulito". E’ questo che emerge dalle indagini che questa mattina hanno portato la Polizia di Stato di Trento, coordinati dalla Direzione distrettuale Antimafia di Trento, ad eseguire 20 arresti con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e finalizzata al traffico di stupefacenti, concorso esterno in associazione mafiosa, sequestro di persona, estorsione, spaccio di eroina e cocaina. L'indagine, coordinata dal sostituto procuratore Davide Ognibene, ha portato alla luce la presenza sul territorio regionale, e in particolare a Bolzano, di una 'ndrina collegata direttamente, secondo i magistrati, alle più importanti cosche calabresi di Platì, Natile e Delianuova, di diretta emanazione del clan Italiano-Papalia e con rapporti con altre cosche di primissimo piano. Nello specifico sono state arrestate, e si trovano al momento in custodia cautelare in carcere, 9 persone in Alto Adige, 1 in Trentino, a Pergine Valsugana, 8 in Calabria, 1 a Padova e 1 a Treviso.

La matrice dell’organizzazione
Dall’ordinanza firmata dal gip Marco La Ganga emergono in particolare due episodi a fini estorsivi che, per gli inquirenti, mostrano la vera natura del gruppo. Il primo sarebbe stato perpetrato a danno di un meccanico altoatesino: tre degli indagati, tra cui un soggetto residente a Laives, avrebbero minacciato pesantemente un carrozziere con il quale il figlio di uno dei tre avrebbe avuto in essere un debito, frutto di alcuni lavori di riparazioni effettuate all'auto, che intendeva non pagare. Analogo discorso, emerso, così come il primo, dalle dichiarazioni captate in alcune intercettazioni ambientali, riguarda un altro imprenditore e il suo socio: uno dei due indagati, insieme al soggetto arrestato a Pergine, avrebbero prima minacciato l'uomo di eventuali conseguenze se non avesse saldato un presunto debito esistente. Rifiutatosi di pagare per mancanza di denaro, i due, secondo quanto emerso dalle intercettazioni, si sarebbero fatti avanti con il socio dell'uomo, che sarebbe stato rinchiuso in un magazzino per 24 ore e minacciato con un martello. Un terzo episodio dimostrerebbe invece, secondo i magistrati, la "capacità intimidatoria", in particolare di Mario Sergi. Una cliente del bar di via Resia, infatti, si lamenta con lui di essere stata borseggiata all'interno del locale. A quel punto l'uomo avrebbe convocato 3 persone di etnia sinti, ritenute responsabili del fatto, minacciandole di possibili conseguenze. Secondo quanto emerso dalle indagini, i tre si sarebbero subito scusati offrendosi di restituire il maltolto e risarcire la donna, promettendo che non sarebbe mai più accaduto nulla del genere.

Il rapimento Celadon
Uno degli arrestati all’interno dell’operazione, secondo le indagini, potrebbe aver avuto un coinvolgimento nel sequestro di Carlo Celadon, il 19enne veneto che nel 1988 fu rapito ad Arzignano (Vicenza) dalla ‘Ndrangheta e tenuto prigioniero in Calabria per oltre 800 giorni. Si tratta di un 62enne domiciliato a Pergine e residente a Laives, originario di Cosenza. L'uomo, secondo quanto emerso dalle indagini, in una conversazione captata con un altro sodale avrebbe rivendicato la sua partecipazione al sequestro, riportando dettagli che, dicono gli inquirenti "erano effettivamente emersi nelle indagini dell'epoca". Il reato, però, non è stato contestato anche perché prescritto, ma "il solo fatto di attribuirsene la paternità - ha spiegato il capo della Squadra mobile di Trento, Tommaso Niglio - denota la pericolosità del soggetto". L'uomo, al quale nell'indagine odierna vengono contestati episodi di minacce ed estorsioni, sulla carta svolgerebbe il ruolo di agente di commercio e sarebbe impiegato nel settore del trasporto di pane e medicine in provincia di Trento.
"Per la prima volta, giuridicamente, si dimostra la presenza radicata sul territorio della ‘Ndrangheta. In Italia non ci sono territori immuni" ha commentato il dirigente della centrale anticrimine della Polizia di Stato, Francesco Messina, durante la conferenza stampa. "Io credo che la situazione qui sia delicata, anche perché c’è stata poca sensibilità e attenzione, anche alla luce di quanto appreso nel corso delle indagini - ha proseguito Messina - ma adesso siamo nelle condizioni di dare dei segnali. Attraversiamo comunque un momento particolare perché c’è una grandissima crisi di liquidità e c’è una grandissima effervescenza in certi contesti". "Si è trattato di un'attività investigativa estremamente raffinata", ha concluso il procuratore capo di Trento, Sandro Raimondi, che riferendosi alle attività del gruppo legate al traffico di droga, ha spiegato come, per il prezzo al quale veniva acquistata la cocaina, "sono ipotizzabili contatti diretti con i principali cartelli colombiani".

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