Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

di AMDuemila - Video
Per i magistrati l’uomo sarebbe un'esponente apicale della locale di San Gregorio d'Ippona

E’ finita la corsa del latitante Gregorio Giofrè arrestato nella notte dai carabinieri del Ros del Comando provinciale di Vibo Valentia e dello Squadrone eliportato Cacciatori di Calabria, coordinati dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro. I militari hanno fatto irruzione nell’abitazione dove era stato localizzato l’uomo nelle campagne di contrada Batia, di San Gregorio d'Ippona, in provincia di Vibo Valentia. Giofrè era sfuggito alle manette dei carabinieri lo scorso 19 dicembre 2019 nella maxi-operazione “Rinascita-Scott”, condotta dalla procura antimafia di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, che ha smantellato le cosche del viterbese, in particolare quella dei Mancuso, insieme ai collegamenti politici-massonici con l’arresto di ben 334 persone. Secondo l’inchiesta, Gregorio Giofrè sarebbe un'esponente apicale della locale di San Gregorio d'Ippona, imparentato con Rosario Fiarè, storico capo locale, attualmente in regime di detenzione domiciliare. Con l’arresto di Saverio Razionale e Gregorio Gasparro, avvenuta lo scorso 19 dicembre, Giofrè era il più importante esponente della struttura mafiosa ancora in libertà. In quanto, la locale di San Gregorio d'Ippona, sin dagli anni '80, è stata fedele ai Mancuso di Limbadi ed i suoi più influenti appartenenti sono stati centrali per consentire ai Mancuso stessi la gestione unitaria della 'ndrangheta vibonese. Secondo l’accusa, che trova forte sostegno nelle parole di tre collaboratori di giustizia, Giofrè, indagato per associazione mafiosa ed una serie di condotte estorsive, aggravate dal metodo mafioso, aveva il compito di organizzare la riscossione delle estorsioni agli imprenditori secondo un sistema centralizzato, valido per tutta la provincia, che consentiva alla cosca di accaparrarsi il 3% del valore dei lavori in corso. Secondo gli inquirenti, il denaro estorto veniva poi diviso tra la locale competente nel luogo in cui il lavoro veniva eseguito e quella di competenza del luogo di provenienza dell'imprenditore, secondo dinamiche che consentivano l'alimentazione di una bacinella comune. Giofrè costituiva, nel settore, anche il punto di riferimento ultimo per le interlocuzioni con esponenti delle cosche della ‘Ndrangheta di diverse province che conoscevano il suo ruolo e gestivano l'azione estorsiva secondo un modello che conferma l'unitarietà dell'organizzazione mafiosa calabrese, non solo dal punto di vista formale, ma anche sostanziale.

ARTICOLI CORRELATI

Operazione ''Rinascita-Scott'': relazione diretta tra 'Ndrangheta e massoneria

Gratteri denuncia fughe di notizie: ''I boss sapevano, blitz anticipato di 24 ore''

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy