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di AMDuemila - Video
Il procuratore Bombardieri chiede maggiori tutele per chi collabora e testimonia

E’ stata denominata “Helianthus” l’operazione che la Polizia di Stato ha condotto questa mattina, su coordinamento della Procura antimafia di Reggio Calabria, contro la cosca di ‘Ndrangheta Labate. Gli agenti hanno eseguito 14 ordinanze di custodia cautelare - 12 in carcere e 2 agli arresti domiciliari - emesse nei confronti di capi, luogotenenti ed affiliati alla temibile cosca di Reggio Calabria, conosciuta dagli investigatori come 'Ti Mangiu’. Contestualmente gli uomini della Squadra Mobile di Reggio Calabria, in collaborazione con il Servizio Centrale Operativo e con gli operatori del Reparto Prevenzione Crimine, hanno anche dato esecuzione a numerose perquisizioni e sequestri di imprese e società nella disponibilità dei capi e dei luogotenenti della cosca. Gli esercizi in questione sono una stazione di carburanti, un esercizio commerciale di prodotti surgelati, un’azienda operante nel settore dei prodotti di carta e plastica per gli alimenti e la ristorazione, un negozio di vendita al dettaglio di pitture e vernici. Il valore dei beni e di circa un milione di euro.
Le accuse a vario titolo sono di associazione mafiosa e diverse estorsioni aggravate dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘Ndrangheta. In carcere sono finiti: Pietro Labate classe 1951 (già detenuto), Rocco Cassone classe 1957, Santo Gambello classe 1975, Paolo Labate di 38 anni, Paolo Labate di anni 35, Antonio Galante classe 1966, Cinzia Caterina Candido (1965), Francesco Marcellino (1950), Fabio Morabito (1971), Orazio Assumma (1959), Domenico Foti (1961), Domenico Pratesi (1970). Detenzione domiciliare per Antonino Labate di 79 anni, già ristretto ai domiciliari presso una struttura sanitaria e Santo Antonio Minuto classe 1965.

La latitanza di Pietro Labate
Le indagini degli agenti della polizia sono partite nel maggio del 2012 per rintracciare l'allora boss latitante Pietro Labate. Secondo la questura, l’uomo sarebbe al vertice dell’organizzazione. Nel 2011, il boss si era sottratto all’esecuzione di un fermo a seguito dell’operazione Archi. Poi, però, venne identificato e arrestato nel luglio 2012 nella zona vicina al torrente Sant'Agata di Reggio Calabria. Questo permise agli investigatori di ricostruire l'organigramma della cosca Labate, con Pietro al vertice e il fratello Antonino come reggente supportato dal cognato Rocco Cassone e da Paolo Labate 38enne (figlio di Pietro), dall'omonimo cugino 35enne (figlio di Antonino) nonché altri luogotenenti e affiliati.



Gli interessi della cosca
L’inchiesta ha permesso di ricostruire gli affari della cosca, che aveva un controllo del territorio e della gestione delle attività economiche e commerciali pressoché capillare.
Gli interessi erano molteplici e variavano dal settore alimentare ed edilizio, all'imposizione indiscriminata di estorsioni ad operatori economici e commerciali e ai titolari di piccole, medie e grandi imprese, in particolare nei confronti di quelli impegnati nell'esecuzione di appalti nel comparto dell'edilizia privata nell'area ricadente sotto il dominio dell’organizzazione.
Secondo gli investigatori sarebbero emersi interessi anche nel settore delle corse clandestine di cavalli ed in quello dei giochi e scommesse on line. Tutto questo sarebbe venuto alla luce dalle agende ritrovate in casa di Francesco Marcellino, dove era stato arrestato nel 2012 il latitante Pietro Labate, che riportavano nomi di persona, importi e denominazioni di ditte. Dati che sono stati incontrati dagli inquirenti con le informazioni presenti nei taccuini sequestrati nell'abitazione in cui vivono Caterina Cinzia Candido e Antonio Galante hanno consentito di accettare le infiltrazioni dei Labate nel tessuto economico reggino. La coppia abita infatti nello stesso stabile del reggente Antonino Labate al quale, secondo gli investigatori, erano completamente asserviti.
Tra gli imprenditori vittime delle estorsioni della cosca Labate ci sono i fratelli Berna, ovvero l'ex presidente dell'Ance Calabria (Associazione Nazionale Costruttori Edili) Francesco Berna, e suo fratello Demetrio, già consigliere al Comune di Reggio Calabria nel 2002 e 2007, oltre che assessore al Bilancio tra il 2011 ed il 2012. Entrambi sono stati coinvolti nell'operazione Libro Nero, condotta nel luglio scorso dalla Polizia, con l'accusa di associazione mafiosa. Nell'ambito dell'odierna operazione "Helianthus", invece, gli inquirenti hanno raccolto anche le dichiarazioni dei due imprenditori, come rivelato dal procuratore Giovanni Bombardieri nel corso della conferenza stampa tenuta in questura: "Hanno fatto riferimento a una serie di episodi estorsivi ai quali erano stati sottoposti e che hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni di altri imprenditori, vittime di altre estorsioni, e nelle attività di riscontro che la squadra mobile ha svolto puntualmente. Sono indagati in un procedimento connesso - ha chiarito Bombardieri - ma in questa indagine i Berna sono parte offesa, vittime di estorsione da parte dei Labate". Inoltre, il procuratore capo di Reggio Calabria ha evidenziato il fatto che si è arrivati a concludere l’operazione grazie anche alle dichiarazioni di collaboratori e testimoni di giustizia: “Il contributo dei collaboratori di giustizia (Enrico De Rosa, Mariolino Gennaro, il 're del videopoker' e Giuseppe Liuzzo), anche in questo caso, ha trovato pieni riscontri, ma è necessario anche evidenziare il coraggio di alcuni giovani imprenditori edili che, stanchi di pagare e subire minacce, si sono rivolti alle forze dello Stato per chiedere aiuto e sostegno". E poi ha concluso: “Un comportamento esemplare a cui lo Stato deve corrispondere con pari impegno. In tal senso, ho posto all'attenzione al capo della Polizia e ai rappresentanti delle istituzioni nazionali il doveroso potenziamento dei servizi di sicurezza, attivi e passivi, per tutelare le persone che decidono di collaborare".

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