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di Davide de Bari
Il legame tra 'Ndrangheta e Cosa nostra? Ci sarebbe stato e a sostenere la sua esistenza, oltre a quanto emerso dall'inchiesta 'Ndrangheta stragista, sono i soldi dei corleonesi che avrebbero investiti nel cosentino. Secondo il collaboratore di giustizia, Luigi Paternuosto, a Mendicino Cosa nostra avrebbe concluso l'acquisto di alcuni appartamenti che potrebbero essere serviti in passato come "covi" per ospitare il superlatitante Matteo Messina Denaro. In un interrogatorio il pentito ha parlato di quando due emissari dei corleonesi arrivarono nella città calabrese per concludere l'acquisto delle abitazioni. "So che l'affare andò in porto, ma non so indicare dove siano questi appartamenti. - ha detto - Si trovano comunque sulle quattro strade di Mendicino, prima di arrivare al Paese". Per Paternuosto si sarebbero rivolti ai calabresi in nome del rapporto di amicizia che c'era tra Totò Riina e Domenico Cicero, allora capo del gruppo di San Vito, che alla fine degli anni '90, era uscito assolto da un processo in cui era accusato per traffico d'armi insieme al boss di Brancaccio, Filippo Graviano. Secondo il collaboratore proprio in quel periodo sarebbe maturata l'amicizia con Riina. L'ipotesi, che quelle abitazioni servissero proprio a nascondere qualche latitante, come anche il boss Matteo Messina Denaro, sembra trovare riscontro nel sequestro di beni effettuato nel 2011 nei confronti di un gruppo di siciliani, arrestati con l'accusa di aver favorito la latitanza del superboss. Inoltre, nell'elenco di beni sottratti dagli inquirenti figurano altri appartamenti ubicati proprio a Mendicino.

Un legame già esistente
Il legame tra Cosa nostra e 'Ndrangheta cosentina risale a quando ci furono contatti tra la banda calabrese Bartolomeo-Notargiacomo e Antonino e Pino Marchese, esponenti della famiglia di corso dei Mille a Palermo, nel carcere di Trani nel 1985. E' proprio nelle ore d'aria che il rapporto si è scritto al punto di pronunciare frasi come "Noi siamo una cosa sola". Stefano Bartolomeo, Dario e Nicola Notargiacomo stavano scontando l'ergastolo per l'omicidio del direttore del carcere, un anno prima, ma poi in Appello furono assolti per insufficienza di prove. Poi nel 1988 tornarono ad essere liberi e da quel momento scatenarono una guerra "di secessione" contro il gruppo Perna di cui facevano parte originariamente. Ed in questa guerra la famiglia Marchese, di cui ne faceva parte Filippo Graviano e si è legata a Leoluca Bagarella. Ai cosentini, amicizie di questo spessore torneranno utili a settembre 1989 dopo l'attentato ai danni dei Bartolomeo. I due fratelli ne uscirono in fin di vita e una volta dimessi dall'ospedale andarono in Sicilia per sfuggire ad ulteriori rappresaglie. I corleonesi misero a disposizione il loro medico. Lo scambio di favori nascondeva dietro un traffico di armi tra calabresi e siculi che passava da Cosenza, passando per Lamezia, arrivando in Sicilia. Il conflitto poi si chiuderà nel '91 con la disfatta dei Bartolomeo. Mentre i Notargiacomo si diedero alla latitanza, però, non potendo più contare sugli amici siciliani in quanto Pino Marchese si era pentito.

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