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di AMDuemila
"Tritolo a Palazzo San Giorgio? Messo da loro e dai servizi''

L’ex killer dei Lo Giudice ha parlato anche di una riunione di ‘ndrangheta dove era presente “Faccia da mostro” e una donna

Dietro i tre panetti di tritolo piazzati all’interno di un bagno di Palazzo San Giorgio, sede dell'Amministrazione Comunale di Reggio Calabria, e rinvenuti la notte del 6 ottobre 2004, ci sarebbero state le mani della ‘ndrangheta e dei servizi segreti. E’ questo ciò che ha rivelato il collaboratore di giustizia Consolato Villani, sentito durante l’udienza di ieri del processo Gotha che si celebra all’interno dell’aula bunker di Viale Calabria del capoluogo reggino. “Nino Lo Giudice mi disse che il tritolo piazzato a Palazzo San Giorgio era opera della cosca De Stefano e dei servizi segreti. Fu messo per destabilizzare la situazione riguardante Scopelliti”. La vicenda, secondo Villani, coinvolse in qualche maniera la prima candidatura a sindaco di Reggio Calabria di Giuseppe Scopelliti, condannato in via definitiva a quattro anni e sette mesi di reclusione in relazione a irregolarità nei bilanci del Comune di Reggio Calabria riscontrate tra il 2008 ed il 2010, le cui quotazioni, a seguito di quell’episodio che lo portarono a rientrare nel programma di protezione, schizzarono in maniera consistente. “Quando Scopelliti si è candidato a sindaco - ha spiegato l’ex killer dei Lo Giudice - il benestare è partito da Archi e dai De Stefano in particolare. Lui era nelle mani delle famiglie di Archi e, di riflesso, nelle nostre. Non poteva dire di no se gli si chiedeva qualcosa”. A detta del pentito Scopelliti, dunque, potè godere del benestare delle ‘ndrine e avrebbe fornito loro il proprio aiuto mediante diverse imprese che poi davano lavori in subappalto. Per quanto concerne gli stretti legami tra ‘ndrangheta e uomini della politica, l’autore materiale degli omicidi dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo non si è limitato a citare solo il nome di Giuseppe Scopelliti. Nel taccuino del teste anche l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra, accusato di essere uno dei riservati della direzione strategica della ‘ndrangheta, e l’ex senatore Antonio Caridi. Il primo “occupava un posto di primo piano e Nino Lo Giudice lo conosceva benissimo. Lui, però, non era come Giuseppe Scopelliti perché era, come dire, “tifoso” solo dei De Stefano e dei Tegano. Lui poteva benissimo rispondere di “no” se veniva chiesta qualche cosa”. Quanto invece ad Antonio Caridi, Lo Giudice ha affermato che “fece fare diverse assunzioni alla Leonia, la quale era sottoposta ad estorsione dai Fontana. I danneggiamenti ai mezzi non erano un messaggio per la Leonia, ma per Giovanni Fontana che gestiva quei rapporti, in quanto si era allargato troppo”.

Le conoscenze dei boss nelle forze dell’ordine e servizi segreti
Villani nel corso dell’udienza ha sottolineato ai giudici la vicinanza dei boss con personaggi esterni alla ‘ndrangheta. In particolare ha fatto i nomi di Giorgio De Stefano e Paolo Romeo i quali avrebbero avuto legami con soggetti dei servizi e della massoneria. “I due - ha raccontato il collaboratore - si conoscono da una vita ed hanno militato nella destra eversiva. La ‘ndrangheta, a livello di multinazionale del crimine, veniva rappresentata proprio da De Stefano e Romeo. Gestivano forze inimmaginabili, si parlava addirittura di Cassazione, di processi”.
Anche Luciano Lo Giudice, a detta del pentito, avrebbe avuto collegamenti con ambienti alieni all’organizzazione criminale, ovvero con una parte della Polizia di Stato reggina. Villani ha infine riferito di un’interessante riunione tenutasi all’interno della profumeria di Antonio Cortese, accusato di essere l’esecutore materiale degli attentati contro i magistrati di Reggio Calabria. In quel summit ha partecipato un personaggio misterioso coinvolto nelle più scabrose vicende di mafia, l’ex poliziotto Giovanni Aiello, ritenuto uomo dei servizi segreti deviati, detto anche “faccia da mostro” per via del volto sfigurato da un colpo di fucile. Questi si sarebbe recato in profumeria accompagnato da una donna. “Erano soggetti strani - ha rammentato il teste - cercavano di non rendersi visibili in strada. Mi suonava strano perché Nino Lo Giudice mi diceva solo quello che gli conveniva. Infatti ho scoperto dopo che i due soggetti non erano appartenenti alla ‘ndrangheta”.

Foto © Imagoeconomica

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