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di AMDuemila
Stessa pena al fratello Ernesto. 30 anni ad Angelo Greco, capo della società di San Mauro Marchesato

È stata confermata la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro del processo “Kyterion”, l’inchiesta parallela dell’operazione “Aemilia” che ha svelato gli interessi delle cosche crotonesi in Emilia-Romagna. Ieri sera la Cassazione ha condannato all’ergastolo 27 persone. Tra questi, Nicolò Grande Aracri, ritenuto il capo supremo di una super cosca di Cutro la cui egemonia non si limitava al solo territorio crotonese ma anche nella Sibaritide, nella zona di Catanzaro e del vibonese con ramificazioni fino all’Emilia Romagna dove i Grandi Aracri rivendicavano autonomia pure rispetto alle cosche reggine. I giudici hanno condannato il capo mafia di Cutro con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione e omicidio del boss Antonio Dragone, al quale avrebbe contribuito, secondo gli ermellini, anche Angelo Greco, il capo della società di San Mauro Marchesato (ugualmente condannato ma a 30 anni di galera). “Fine pena mai” pure per il fratello di Nicolò Grande Aracri, Ernesto.
Secondo quanto emerso dalle indagini gli imputati volevano assicurarsi i lavori sulla statale 106 che collega Reggio Calabria a Taranto e sui parchi eolici. Gli inquirenti sono riusciti a scoprire che i boss avevano le mani in pasta nella gestione di villaggi turistici come quello di “Capopiccolo” a Isola Capo Rizzuto. Ma non solo. Stando all’accusa del procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla e del sostituto della Dda Domenico Guarascio, don Nicolino Grande Aracri poteva vantare ingressi nei palazzi che contano della massoneria e del Vaticano addirittura fino alle stanze della Corte di Cassazione. Sulla questione, infatti, si è rivelato dall’inchiesta che la cosca di Cutro ha cercato di aggiustare un processo a Roma per far annullare la decisione del Tribunale del Riesame di Catanzaro che aveva confermato l’arresto per Giovanni Abramo, cognato del boss, anche se non è stato accertato il coinvolgimento di un magistrato sulla vicenda. Condannato anche Benedetto Stranieri (per lui 4 anni di carcere, ex maresciallo dei carabinieri e successivamente avvocato, arrestato nel gennaio 2015. L’imputato, condannato per concorso esterno con la ‘ndrangheta, avrebbe avvicinato “soggetti gravitanti in ambienti giudiziari della Corte di Cassazione, anche remunerandoli, al fine di ottenere decisioni giudiziarie favorevoli ad Abramo Giovanni”.

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