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di AMDuemila
Al processo Gotha le rivelazioni del pentito che ricorda anche i Moti di Reggio

Quella tra criminalità organizzata e potere è una relazione che attraversa l'intera storia della mafia. Il processo Gotha, scaturito da cinque indagini sulla ‘Ndrangheta di Reggio Calabria che avevano come oggetto i rapporti con la massoneria deviata ed i condizionamenti esercitati su settori della pubblica amministrazione reggina, vede alla sbarra, tra gli altri, figure di spicco come l'avvocato ed ex parlamentare Paolo Romeo, considerato a capo della cupola massonica della 'ndrangheta, ma anche l'avvocato Antonio Marra, l'ex senatore Antonio Caridi, il parroco di San Luca Giuseppe Strangio e l'ex magistrato di Cassazione Giuseppe Tuccio, che è stato anche Procuratore della Repubblica di Palmi.
Nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Lombardo ha depositato agli atti i verbali dei collaboratori di giustizia Messina e Pennino ma in aula è stato anche sentito il collaboratore di giustizia Stefano Carmelo Serpa, uomo della cosca De Stefano fino agli anni '90.
Il pentito, rispondendo alle domande del pm Stefano Musolino, ha in particolare riferito rispetto alla riunione che si tenne nell'ottobre 1969, a Montalto, che fu anche scoperta dalla Polizia.
Secondo la testimonianza di Serpa a quella riunione parteciparono anche soggetti di primissimo livello della cosiddetta destra-eversiva. Personaggi come Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Concutelli; ma anche per Fefè Zerbi ed il "principe nero", Junio Valerio Borghese, ex leader della Decima Mas che nel 1970 progettò un golpe che solo all'ultimo non fu consumato.
Tra i temi che sarebbero stati affrontati in quella riunione vi era anche la questione dell'assegnazione del capoluogo di regione a Catanzaro e la conseguente perdita di centralità di Reggio Calabria con un effetto devastante sulle ‘ndrine locali. “Tutta la ‘ndrangheta aveva timore che non avrebbe potuto più continuare a fruire di tanti e tantissimi benefici - ha detto Serpa - Non avrebbero mai ceduto il coltello dalla parte del manico a Paolo De Stefano che in quel momento era la persona che più voleva salire i vertici della ‘ndrangheta. Lui era già arrivato ma voleva di più. Da qui nacquero tutti i Moti di Reggio Calabria. Gli ‘ndranghetisti avrebbero dovuto portare nelle piazze la gente, tanto che doveva esserci di lì a qualche giorno in piazza Italia un comizio di Valerio Borghese che poi non si tenne. Garante di questo patto era l’intera cosca dei fratelli De Stefano”.
"Qualsiasi politico aveva rapporti con la 'ndrangheta, oserei dire che anche oggi è così anche se sicuramente oggi le cose sono cambiate, sono molto più attenti” ha aggiunto Serpa per poi ricordare che "il politico dava da mangiare e la 'ndrangheta mangiava".
Serpa ha poi riferito dei legami che si instauravano tra certi soggetti, come ad esempio Filippo Barreca, che sarebbe stato contemporaneamente componente del clan ma anche 'socio onorario' dei Servizi Segreti ("Buona parte delle opere d'arte rubate in Italia sono passate da lui").
Secondo quanto riferito da Serpa Barreca, assieme a Paolo Romeo, avrebbe curato la latitanza del terrorista nero Franco Freda nel periodo antecedente ad una fuga in Costarica. "Ho visto sia l'avvocato Giorgio De Stefano (considerato eminenza grigia del clan di Archi, ndr), sia Paolo Romeo, sia Stefano Delle Chiaie andare a trovare Freda, da latitante" ha dichiarato il collaboratore rispondendo alle domande del pm.
Che Paolo Romeo non fosse uno qualunque è stato confermato dal collaboratore di giustizia che ha attribuito all'avvocato anche un ruolo chiave nei Moti ("Aveva un ruolo di primo piano nella Rivolta, perché era inserito sia nel contesto politico, sia in quello mafioso").

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