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manifestazione bruzzese c acfbdi Davide de Bari e Karim El Sadi
In 600 alla fiaccolata per dire “No alla violenza no alla mafia”

Venti, sessanta, cento anni... la vita. A che serve se sbagliamo direzione? Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona siamo i costruttori di un mondo nuovo”. E’ così che ha recitato le parole di padre Pino Puglisi, il prete assassinato da Cosa Nostra, una ragazza che ieri sera davanti al Palazzo di Giustizia di Pesaro ha partecipato alla marciaNo alla violenza no alla mafia. Una “direzione” netta che oltre 600 cittadini pesaresi, marciando da via Bovio, dove avvenne l’omicidio Bruzzese, fino al tribunale della provincia, non hanno “sbagliato” affatto. Un messaggio chiaro quello che ha voluto lanciare la cittadinanza che stava a significare come alla morte e all’ingiustizia si debba rispondere con il loro opposto: la vita e la giustizia. La marcia riguardo l’omicidio Marcello Bruzzese, fratello del collaboratore Girolamo Biagio, ucciso dalla ‘ndrangheta la notte dello scorso Natale, ha visto sfilare in rigoroso silenzio studenti, boy scout e tanti bambini. Un silenzio assordante di protesta, ma soprattutto che dice da che parte sta “si alla legalità no alla mafia”. Tutto questo per dimostrare che Pesaro è “presente” dopo un omicidio “di cui tutti portano dentro il ricordo che non ha colpito solo la famiglia, ma ha toccato anche i pesaresi e tutta la città” come ha detto Luca Storni, presidente del quartiere centro-mare. Nel 2003 i Bruzzese erano stati alleati dei Crea di Rizziconi, storica cosca della Piana. L'alleanza si era però interrotta bruscamente quando Girolamo, latitante e condannato a 7 anni per omicidio, aveva sparato alla testa del boss Teodoro Crea e, credendolo morto, si era costituito iniziando la sua collaborazione con la giustizia. I fratelli Bruzzese si sono poi trasferiti a Pesaro nel 2008 e sono entrati all’interno del programma di protezione.

manifestazione bruzzese 1 c acfb

La marcia è poi terminata davanti al tribunale di Pesaro, dove sopra l’ingresso è posizionata la celebre foto dei giudici Falcone e Borsellino, che ha fatto da icona al messaggio di legalità dei partecipanti. “Questo non è solo un palazzo vuoto, questa è la casa di tutti e della giustizia” ha dichiarato il presidente del Tribunale di Pesaro, Giuseppe Luigi Fanùli. Dopo il giudice, a prendere la parola è stato il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, che ha spiegato: “E’ vero che storicamente abbiamo avuto gli anticorpi per espellere tentativi di infiltrazione mafiose nel nostro territorio, ma noi sappiamo che le mafie non hanno confine e che ormai toccano qualsiasi territorio soprattutto in questo momento di difficoltà socio-economico il nostro territorio deve avere la guardia alta”. Riguardo il caso Bruzzese, Ricci ha detto che la mafia “non è più quella che abbiamo immaginato” e che “spesso si nasconde dietro i colletti bianchi”. “Abbiamo avuto un natale tragico - ha continuato - nel nostro territorio. Questo ci dimostra quanto sia importante la collaborazione dei pentiti affinché le cosche possano avere breve vita e possa essere fatta giustizia”.
La manifestazione ha preso impulso dai due presidenti di quartiere, Luca Storni e Luca Pandolfi, che hanno spiegato come è nata l’iniziativa. “Abbiamo voluto dare una risposta all’aggressione mafiosa che c’è stata. Non volevamo stare in silenzio, ma fare qualcosa come organizzare questa marcia - ha detto Luca Pandolfi - Noi non abbiamo la percezione che ci sia la mafia a Pesaro o nelle Marche, ma è chiaro che svegliarsi il giorno di Natale e sentire che è successo un fatto così grave nella propria città non può lasciarci indifferenti”. In conclusione, Storni ha poi raccontato cosa ha provato il giorno dell’agguato a Bruzzese: “Ero incredulo per quello che è accaduto. Un'aggressione verso una città che è sempre stata unita, facendo come bandiera i valori della legalità. Noi abbiamo tenuto a ribadire che in quella strada (dove è avvenuto l’omicidio, ndr) è morto un uomo che aveva la sola colpa di essere il fratello di un collaboratore di giustizia, un prezzo doveroso che lo Stato penso debba pagare per la lotta alle mafie. Fondamentalmente questa aggressione è stato un colpo al vivere civile a cui noi abbiamo sentito di rispondere”.

Foto © ACFB

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