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campolongo nicoladi AMDuemila
Il procuratore aggiunto Luberto ha ricostruito i fatti della strage di Cassano

E' terminata ieri la requisitoria del procuratore aggiunto della Dda, Vincenzo Luberto, riguardo il processo per i due presunti assassini del piccolo Nicolas "Cocò" Campolingo, ucciso insieme a suo nonno, Giuseppe Ianicelli, e la compagna marocchina Ibtissam Touss. Il magistrato ha chiesto la condanna all'ergastolo nei confronti di Faustino Campilongo detto "Panzetta" e Cosimo Donato detto "Il topo" che secondo l'accusa si sarebbero macchinati di quell'omicidio per scalare la gerarchia nel clan degli zingari della Sibaritide. Le richieste di pena sono state rafforzate dalle conclusioni dell'accusa privata, rappresentata dagli avvocati Liborio e Angela Bellusci.
Il magistrato antimafia ha esposto per ben quattro ore i fatti del vile massacro. Il piccolo avrebbe avuto la "sventura" di essere il nipote di un uomo che la 'Ndrangheta voleva morto. Infatti, gli zingari di "Timpone Rosso" non avrebbero perdonato a Peppe Iannicelli di aver raccontato in aula delle armi in mano a Fioravante Abbruzzese, ucciso con Eduardo Pepe nell'ottobre di sedici anni fa. Anche gli ex nemici agli zingari, i Forastefano, volevano incontrare Iannicelli dopo aver intercettato una lettera scritta da quest’ultimo al cognato in carcere. Una missiva in cui gli preannunciava la volontà di pentirsi, invitandolo a fare la stessa cosa. Per questa sua intenzione, all'interno di quel sodalizio criminale, sarebbe stato considerato un uomo morto. Secondo l'accusa l’uomo, in quei giorni, per scoraggiare qualsiasi tipo di attentato, girava esclusivamente con il nipotino e la compagna. Ma questo non è bastato a fermare l'ordine di morte che sarebbe partito dai boss della Piana cosentina. Ianicelli, attirato in un tranello, insieme ai due innocenti sono state prima sparati e poi i loro corpi bruciati in una Fiat Punto, dove più tardi gli investigatori ripescarono i resti. Secondo l’accusa i due imputati avrebbero agevolato gli zingari nell'eseguire il progetto di morte. Infatti, l'inchiesta dei carabinieri del Ros (Raggruppamento operativo speciale) ha portato alla luce il tracciato invisibile del telefono che inchioderebbe Donato in quanto il suo smartphone si sarebbe agganciato all'unica cella che riporta al luogo del triplice omicidio alle ore 18:45 del 16 gennaio 2014. Oltre a questo, ci sono le intercettazioni nel carcere di "Opera" e le dichiarazioni del pentito Michele Bloise che per i magistrati sono state fondamentali per arrivare ai due imputati. L'ex boss ha raccontato l'inquietante vicenda che gli è stato svelato dall'ex moglie durante un colloquio in carcere. 
Dalla ricostruzione della requisitoria non è emersa solo la vicenda del 2014, ma anche un quadro di circa vent'anni della cosca della Sibaritide che, tra traffici illeciti e guerre di mafia, si è affermata sulla costiera jonica. 
Il prossimo venerdì la Corte d'Assise di Cosenza, presieduta da Giovanni Garofalo e giudice a latere Francesca De Vuono, ascolterà gli avvocati difensori, Vittorio Franco, Maurizio Cordasco ed Ettore Zagarese. La chiusura è prevista per lunedì quando, molto probabilmente, la Corte si ritirerà in camera di consiglio.

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