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amato francesco c corrado bertozzi elitePoi si arrende, consegnandosi alle forze dell'ordine
di Francesca Panfili
"Sono quello condannato a 19 anni in Aemilia". È gridando queste parole che Francesco Amato ieri mattina sarebbe entrato nell'ufficio postale di Pieve Modolena di Reggio Emilia, dove per otto ore ha tenuto in ostaggio alcuni dipendenti e la direttrice.
Sono stati attimi drammatici quelli di ieri. Amato, ricercato proprio per l'ordinanza di arresto a seguito della condanna per 19 anni di carcere per associazione mafiosa nel maxi processo alla ‘ndrangheta in Emilia Romagna, è entrato nella filiale con un coltello da cucina minacciando di uccidere tutti. Solo dopo una lunga trattativa che ha coinvolto la Rai, gli uomini dei Carabinieri e il reparto del Gis, è uscito dall’ufficio rilasciando gli ostaggi. Ad accoglierlo fuori, oltre agli uomini dell’arma che l’hanno scortato, c’erano anche i suoi familiari che applaudivano per il folle gesto.
Parlando ai telefoni della Rai durante il sequestro, Amato ha dichiarato: “Su di me non ci sono prove, 19 anni di carcere per niente. Ci sono i testimoni che dimostrano che io non c’entro niente. Adesso voglio parlare con il ministro dell’Interno e il ministro della Giustizia: ma mi interessa soprattutto il ministro dell’Interno”.
Dopo otto ore di mediazione con gli uomini dell’arma, Amato non ha richiesto l’intervento di Salvini ed ha rifiutato di parlare con il capo di gabinetto del Ministero degli Interni. Come riportato dal colonnello dei carabinieri Cristiano Desideri, l’uomo si è arreso a seguito di lunghe telefonate al termine delle quali ha compreso che l’unica soluzione sarebbe stata consegnarsi alle forze dell’ordine, aprendo la porta e facendo uscire gli ostaggi. Desideri ha confermato che Amato era in possesso di un coltello da cucina dotato di una lama di 25 centimetri con cui minacciava gli ostaggi e ha dichiarato che da parte del sequestrato non ci sarebbe stato alcun ultimatum.
Francesco Amato si era fatto più volte notare durante il processo Aemilia per le sue affermazioni colorite e per la sua personalità istrionica che lo avevano portato a ripetuti allontanamenti dall’aula. Su di lui e sulla sua famiglia, pesano le dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia Antonio Valerio che ha raccontato ai magistrati di come la famiglia Amato, nota come i Gitani, sarebbe stata pronta a prendere in mano il mercato locale degli affari illeciti una volta terminato il processo. Dalle parole del collaboratore poi emergerebbe anche una guerra per la spartizione del territorio reggiano che contrapporrebbe gli Amato agli uomini di Nicolino Sarcone, boss legato ai Grande Aracri che non è indietreggiato di fronte alle richieste degli Amato. Sembrerebbe che questo sequestro rientri in una strategia decisa all’indomani delle condanne del processo di Aemilia, volta a ridefinire gli interessi della ‘ndrangheta in Emilia. I nuovi equilibri che si delineano nella regione sono noti già da tempo al Pm Marco Mescolini, procuratore capo di Reggio Emilia che si è occupato del sequestro e che è stato rappresentante della direzione distrettuale antimafia al processo Aemilia. Il Pm conosceva i trascorsi di Amato già prima dell’accusa di organizzazione mafiosa.
Nostalgico del fascismo, Amato, secondo la Dia di Bologna era “costantemente in contatto con gli altri associati (e della famiglia Grande Aracri) in particolare per la commissione su richiesta di delitto di danneggiamento o minaccia a fini estorsivi, commettendo una serie di reati”, insieme al fratello Alfredo, coinvolto anche lui nel processo di Aemilia e arrestato la scorsa settimana.
Nel 2016 all’inizio del processo Amato fu protagonista di un cartellone appeso di fronte al tribunale di Reggio Emilia contornato di invettive. Dopo il deplorevole gesto, si era autodenunciato come autore dello scritto in cui aveva dichiarato che vi fosse contenuto anche “il nome dell’autore delle presunte minacce al presidente del tribunale di Reggio Emilia Cristina Beretti”. Minacce che hanno portato all’arresto di due persone tra cui un sacerdote proprio qualche settimana fa.
Mentre i parenti di Amato lo descrivono come una brava persona che non farebbe mai male a nessuno e come una vittima di una condanna ingiusta, il pentito Antonio Valerio racconta come Amato e la sua famiglia fossero pronti a tutto pur di affermarsi: “A Reggio Emilia la famiglia Amato vuole comandare. Va gridato in Aula, tant’è temeraria la famiglia Amato”. “Tutti coloro che hanno commesso dei reati lo hanno percepito molto bene. Nessuno escluso. Donne comprese. Poiché sono le donne il cordone ombelicale di questa associazione. Da quando i mariti, i fratelli e i cognati sono in carcere. Il potere non lo mollano a nessuno i Sarcone e la linea di comando c’è. Dopo Carmine Sarcone, c’è Beppe Sarcone. Gli Amato devono aspettare, altrimenti i Gitani devono sparare se vogliono il comando come abbiamo fatto noi cutresi nel ’90” ha dichiarato Antonio Valerio all’interno del processo che si è concluso con 118 condanne ed oltre 1200 gli anni di carcere dati agli imputati. Adesso Francesco Amato, oltre alla condanna di 19 anni e un mese per associazione mafiosa, sarà chiamato a rispondere anche del reato di sequestro di persona.

Foto © Corrado Bertozzi/Elite

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