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Martello della Giustiziadi AMDuemila
Il pg Geremia: “Sentenza importante perché riconosce la presenza della 'Ndrangheta”
La ‘Ndrangheta in Liguria è presente. A stabilirlo sono stati i giudice della Corte d’Appello di Genova che hanno condannato a oltre 40 anni di carcere nove presunti boss arrestati nel 2012 all’interno dell’inchiesta denominata “Miglio 3”. “Una sentenza importante perché riconosce la presenza della 'Ndrangheta in questi territori, dove sono stati sciolti anche Comuni per mafia” ha commentato il sostituto procuratore generale di Genova Giuseppe Geremia, che ha continuato: "Non è una sentenza definitiva, ma significa che la 'ndrangheta nel Ponente c'è. Un risultato di cui va dato merito al collega Alberto Lari che ai tempi fece le indagini”. Un processo di secondo grado bis, arrivato dopo due sentenze di assoluzione e il rinvio da parte della corte di Cassazione che aveva annullato i primi due pronunciamenti ordinando un nuovo processo. La Corte ha così condannato Onofrio Garcea a sette anni e nove mesi, a sei anni Benito Pepè e a quattro anni e otto mesi Rocco Bruzzaniti, sei anni ciascuno per Fortunato e Francesco Barilaro e Michele Ciricosta, tre anni e un mese per Raffaele Battista, quattro anni e otto mesi per Antonino Multari e Lorenzo Nucera. Assolto Antonio Romeo. L’accusa sono a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis del c.p.). Durante la lettera del dispositivo di sentenza i parenti degli imputanti hanno pianto.

L’indagine e l’annullamento della Cassazione
L'inchiesta era una costola dell'operazione “Il Crimine", maxi indagine contro la ‘Ndrangheta calabrese e le sue ramificazioni in Lombardia. Erano scattati gli arresti anche in Liguria ma dopo le due assoluzioni, i presunti boss erano stati tutti scarcerati. Durante l’indagine “Maglio 3”, i carabinieri del Ros, coordinati dall’allora pm Alberto Lari (oggi procuratore capo di Imperia) avevano raccolto numerose intercettazioni ambientali che avevano registrato riunioni ‘ndranghetiste, aiuti a latitanti e appoggi elettorali a politici conniventi. Elementi che non avevano convinto i giudici genovesi.
Nel processo di primo grado, nel novembre 2012 con rito abbreviato, tutti gli imputati erano stati assolti con la formula "perché il fatto non sussiste". Il ragionamento dei giudici genovesi era stato concorde: senza reati fine (omicidi, estorsioni, incendi) non c'era esercizio reale del potere mafioso. Un ragionamento sbagliato secondo la Cassazione: la sola affiliazione a un'organizzazione così potente e violenta basta per condannare. A rafforzare la tesi della presenza dell'organizzazione in Liguria, ha sostenuto la Cassazione, bastavano anche le condanne comminate in Calabria e in Basso Piemonte che erano arrivate con gli stessi atti di indagine in mano ai magistrati genovesi.

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