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Due maxi-operazioni delle Procure antimafia di Reggio Calabria e Firenze
di AMDuemila - Video

Questa mattina la Dia e la Guardia di Finanza hanno posto fine a una delle reti imprenditoriali della 'ndrangheta, con l'esecuzione di quarantuno misure cautelari, tra fermi e arresti e oltre 100milioni di euro sequestrati a 64 aziende, che attraversano tutto il territorio nazionale, soprattutto in Toscana, ma anche in Gran Bretagna e nei Paesi dell'Est. L'operazione “Martingala”, condotta dalla Dda di Reggio Calabria, ha disposto il fermo di 27 persone accusate di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita, usura, esercizio dell'attività finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale, associazione a delinquere finalizzata all'emissione di false fatturazioni e reati fallimentari. Mentre l'operazione “Vello d'oro”, condotta dalla Dda di Firenze, ha predisposto l'arresto di 14 persone (11 in carcere e 3 ai domiciliari) accusate a vario titolo di associazione per delinquere, estorsione, sequestro di persona, usura, riciclaggio, e autoriciclaggio, attività finanziaria abusiva, trasferimento fraudolento di valori, aggravati dal metodo mafioso.

L'indagine
L'inchiesta ha portato alla luce una fitta rete di aziende impiegate in vari settori, come l'acciaio e quello edile, che secondo gli investigatori erano la diretta espressione dei tre clan della 'ndrangheta dei Nirta-Strangio, gli Araniti e i Piromalli. Le cosche potevano contare su “imprenditori collusi, i quali hanno coperto sostanzialmente i proventi delle attività criminose con false fatturazioni - ha evidenziato il Procuratore Nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, nella consueta conferenza stampa per illustrare i dettagli delle operazioni - Altri imprenditori, magari in difficoltà perché tagliati fuori dal circuito del credito bancario, ottenevano dall'organizzazione criminale prestiti ad usura, che finivano per essere in qualche modo coperti da false fatture”.
Il Procuratore nazionale antimafia ha continuato illustrando anche l'altro filone d'indagine, curato dalla Guardia di Finanza che ha visto: “lo sviluppo dell'indagine Cumbertazione, che già in passato aveva fatto emergere le importanti ingerenze dei clan in importanti lavori pubblici nell'area di Gioia Tauro”.
Secondo le indagini il sistema criminale ruotava “attorno all'imprenditore calabrese Antonino Scimone, vero e proprio regista” ha spiegato de Raho. Scimone, ritenuto membro di alto rango del clan Nirta-Scalzone, per anni è riuscito a tenersi lontano dalle indagini. Ma in passato dalle inchieste del procuratore reggino Giuseppe Lombardo è emerso che era a capo di una fitta rete di aziende edili e di commercio di metalli con sede nei Balcani, Europa dell'Est, Gran Bretagna e Cipro, i cui capitali venivano utilizzati per riciclare il denaro sporco. Oltre a questo dall'indagine è venuto a galla che i proventi di lavori, appalti e subappalti illeciti sarebbero stati ripuliti e resi utilizzabili grazie al sistema di società cartiere gestito sempre da Scimone, che con le false fatturazioni, avrebbe reso legale il denaro mafioso per poi utilizzarlo in altri investimenti.
Anche nei Paesi dell'est, l'organizzazione operava attraverso la creazione di società cartiere, con le quali avrebbe meglio occultato i proventi illeciti di fondi alla base degli affari.



Le reazioni dopo l'operazione

A intervenire sul risultato delle operazioni è stato il Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, che ha ringraziato le forze dell'ordine e la magistratura per il lavoro svolto, ma ha anche evidenziato che “L'indagine sulla 'ndrangheta di oggi e quelle più recenti sulla mafia cinese e sui reati ambientali, rivelano in modo chiaro che anche la nostra regione non è immune dalla presenza della mafia e dei suoi metodi. A poco valgono a questo punto distinzioni e sottigliezze che rischiano di sminuire la portata del problema”. E poi ha concluso dicendo che “Sarebbe illusorio pensare che questa presenza di attività mafiose nella nostra regione, se non estirpata tempestivamente, non possa finire per inquinare il tessuto sociale e persino quello istituzionale”. Ecco che, secondo Rossi, bisogna allora “elevare la consapevolezza diffusa di una lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, in modo da essere pronti a riconoscere vigili e riattivi a denunciare il fenomeno alla magistratura”.

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