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micciche aldoEra il tramite della cosca Piromalli, in contatto con Dell’Utri
di AMDuemila
È morto a Reggio Calabria il faccendiere Aldo Miccichè, imputato nel processo "Cent'anni di storia" perché ritenuto legato alla cosca Piromalli e considerato dai magistrati della Dda reggina "uomo di contatto tra gli appartenenti alla 'ndrina dominante di Gioia Tauro e ambienti politico istituzionali". Il decesso è avvenuto nei giorni scorsi in una struttura sanitaria reggina - l'uomo era gravemente malato da tempo - ma la notizia si è appresa soltanto ieri quando i giudici del tribunale hanno dichiarato estinto il reato per “morte del reo”. Miccichè era stato estradato in Italia nel settembre 2013 dopo essere stato arrestato a luglio 2012 in Venezuela, Paese in cui viveva da oltre un decennio, in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta dei magistrati reggini per associazione mafiosa. Quando tornò in Italia fu sottoposto all'obbligo di dimora e adesso era imputato nel processo in stato di libertà.
Nato a Maropati, un centro della piana di Gioia Tauro, Miccichè era stato giornalista e, negli anni 80 prima segretario provinciale della Dc di Reggio e successivamente consigliere provinciale dello stesso partito a Roma. Nel 1990 fu arrestato a Torino per reati fallimentari per la cessione del diurno della stazione Termini che gestiva negli anni '70. In quella occasione avrebbe anche cercato di truffare la banda della Magliana spacciandosi per deputato. L'uomo è stato al centro di varie vicende giudiziarie, tra le quali quella di un presunto tentativo di brogli in occasione del voto degli italiani in Venezuela per le politiche del 2008.
Il suo nome era comparso nelle carte dell’inchiesta “Cento anni di storia”, coordinata dal sostituto procuratore Roberto Di Palma. A Reggio, Miccichè era imputato per i suoi legami con i Piromalli, ed in particolare con Antonio, figlio del boss Giuseppe. Secondo l'accusa, il faccendiere, per conto della cosca, avrebbe contattato politici di vari schieramenti per cercare di esaudire i desideri dei boss. In un caso avrebbe cercato di fare attenuare il regime del 41 bis a Giuseppe Piromalli.
Seguendo l’emissario della cosca Piromalli, Gioacchino Arcidiaco, cugino del boss Antonio Piromalli, il magistrato reggino si è imbattuto nel personaggio che doveva aprire alla ‘Ndrangheta la porta della politica che conta, quella di Forza Italia attraverso Marcello Dell’Utri. Miccichè si sente al telefono con Gioacchino Arcidiaco, al quale fornisce delucidazioni in merito ad un importante riunione a cui il boss si sarebbe recato di lì a poco. La riunione è con il senatore Dell’Utri, amico di Miccichè, al quale i Piromalli avrebbero chiesto dei favori fornendo in cambio appoggio elettorale. Al senatore, sottolinea Miccichè, “devi dire che la Piana è cosa nostra”, “il Porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi… Fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi”. E “ricordati che la politica si deve saper fare... ora fagli capire che in Calabria o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Ionica o si muove al centro ha bisogno di noi...” Poi sottolineava: “Ho avuto l'autorizzazione di dire che gli possiamo garantire Calabria e Sicilia”.
In ballo, secondo gli inquirenti, c’erano cinquantamila voti truccando le schede in cambio di 200mila euro in contanti e i benefici sull’applicazione del 41 bis ai boss di Gioia Tauro. Si correva per le elezioni politiche del 2008. Per avere la certezza che il centrodestra ottenga il risultato, Aldo Miccichè fece un rogo con le schede elettorali degli italiani residenti in Venezuela.
E parlando al telefono con Filippo Fani, dirigente del Pdl, stretto collaboratore di Barbara Contini, ex governatrice di Nassirya, sempre il faccendiere spiegava i metodi che avrebbe usato per far vincere il candidato senatore del Pdl: bruciando a pacchi, con la benzina, le schede elettorali “che sicuramente non sarebbero state nostre”. “Ho messo il tappo della benzina ecc... così si è risolto il problema. Ho le ceneri, se volete le ceneri ve le posso mandare” diceva ancora. Quelle intercettazioni, in cui si faceva il nome dell’ex senatore Marcello Dell'Utri, che a Reggio Calabria non è mai stato indagato e che oggi sconta in carcere una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa, furono inviati a Palermo dove era in corso il processo d'appello al parlamentare.
Vi era persino una telefonata tra i due, l’8 marzo 2008, durante la campagna elettorale che avrebbe portato alla vittoria il centrodestra. “Tesoro, bello d'Aldo tuo - diceva Miccichè - Provvederò che presso ogni consolato ci sia la nostra presenza segreta per i cosiddetti voti di ritorno, che nel 2006 hanno rappresentato più del 30%”. Il piano consisteva nel fare incetta di schede bianche e votarle, un'operazione per la quale “complessivamente mi servono 60.000 euro”. L'amico Marcello era d'accordo: va “benissimo”. E Aldo incalzava: “Tu sai la forza della verità nostra! In via molto riservata sarò assistito benevolmente dai miei cardinali e conseguenzialmente dalla mia chiesa cattolica... L'ultima cosa... i nostri cari... amici massoni eccetera, abbiamo superato tutte le varie empasse, ricordati che l'uomo del giorno lì è il nostro presidente dei probiviri, chiaro?”.
Per quanto riguarda il tentativo di fare attenuare il regime del 41 bis a Giuseppe Piromalli il progetto non andò in porto, è scritto nell'ordinanza di custodia cautelare emessa a suo tempo nei suoi confronti, per "l'impossibilità dei referenti politici e istituzionali contattati di affrontare e risolvere la situazione per tutto un insieme di problemi dovuti sia alla paura dei soggetti di muoversi in un terreno così pericoloso, e sia alle difficoltà giudiziarie del Ministro della Giustizia". Tra i desideri che Miccichè fu chiamato ad esaudire per conto dei Piromalli ci sarebbe stato anche quello di fare ottenere una funzione consolare ad Antonio Piromalli per far sì che avesse l'immunità. La sua risposta fu "questo lo possiamo fare". Ma anche in quel caso il progetto non andò in porto.

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