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Gratteri: “Controllo territorio passa anche da aree agricole”
di AMDuemila - Video
"Così come ai tempi della picciotteria la ‘Ndrangheta continua a essere fortemente interessata al controllo del latifondo. Il controllo di un territorio passa non solo attraverso i centri abitati ma anche attraverso le aree agricole. Inoltre i clan guadagnano sulle terre imponendo la guardiana, una vera e propria estorsione, e l'assunzione di affiliati. In questo modo la cosca riesce a infiltrarsi nella gestione dei terreni fino a controllare le aziende agricole e a lucrare anche sui contributi pubblici".



A dirlo è il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri che ha commentato i risultati dell’operazione "Pietranera" condotta ieri dalla Squadra mobile di Catanzaro che ha portato all’arresto di sette persone. In manette sono finiti Vincenzo Gallelli, di 74 anni, detto "Cenzo Macineju", indicato come il capo della cosca; Andrea Santillo Andrea (57), detto "Nuzzo"; Antonio Santillo (28); Antonio Gallelli (37); Francesco Larocca (51); Giacomo Nisticò Giacomo (50); Giuseppe Caporale (36). Sono accusati, a vario titolo, di più episodi di estorsione aggravata dalla metodologia mafiosa, nei confronti di due imprenditori agricoli con attività a Badolato.
Dalle indagini, condotte dalla Squadra mobile di Catanzaro e coordinate dalla Dda, è emerso che il capo cosca Vincenzo Gallelli, di 74 anni, sin dai primi anni '90 avrebbe imposto la "guardiania" sulle proprietà di una nota famiglia di Badolato, fissando anche le modalità di sfruttamento dei terreni costringendo di anno in anno gli imprenditori a concederli a pascolo ed erbaggio ai propri familiari, nipoti e pronipoti, impedendone in tal modo il libero sfruttamento commerciale da parte dei legittimi proprietari.
La pressante condizione di assoggettamento ed omertà imposta ai titolari dell'azienda, realizzata anche con sistematici danneggiamenti alle strutture dell'impresa, li aveva costretti a modificare e rivedere i termini e le condizioni contrattuali stabiliti con altri operatori agricoli, la cui presenza doveva rappresentare una sorta di argine alle pretese ed ai condizionamenti di Gallelli.
Tale era la soggezione imposta, secondo gli inquirenti, che per anni le vittime hanno omesso di sporgere formale denuncia contro l'arbitraria e abusiva occupazione dei terreni nonché l'utilizzo dei mezzi agricoli che nel corso degli anni i Gallelli avevano attuato anche mediante minacce al fattore dell'impresa agricola.
Le indagini, coordinate dai procuratori aggiunti della Dda catanzarese Vincenzo Luberto e Vincenzo Capomolla con la supervisione del procuratore Nicola Gratteri ed effettuate con intercettazioni telefoniche e ambientali, hanno fatto emergere come gli imprenditori agricoli, dalla metà degli anni '90 al 2008, siano stati costretti ad accettare la presenza nelle loro aziende, quale "custode", di Vincenzo Gallelli, il quale, secondo l'accusa, in virtù delle doti criminali rivestite, garantiva loro la cosiddetta "tranquillità ambientale", costringendoli, però, a donargli quale controprestazione,
numerosi terreni, nonché ad affidare la gestione e lo sfruttamento di altri fondi agricoli a sé o ai suoi più prossimi familiari, quali il pronipote Antonio Gallelli con divieto, di fatto, di esercitare, sui terreni attività non concordate con il capo cosca.
“La genesi delle indagini - ha detto il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla - si deve ad alcune intercettazioni avviate dall'autorità giudiziaria subito dopo gli arresti effettuati nel 2015 nei confronti proprio del clan Gallelli. Quei dialoghi captati hanno consentito di carpire gli interessi della cosca sui terreni e di svelare come nonostante gli arresti domiciliari il boss continuasse a impartire prescrizioni agli affiliati sulla gestione delle terre".
Ogni volta che le vittime tentavano di dare corso a una produzione agricola intensiva, i loro raccolti erano completamente distrutti dagli animali della famiglia Gallelli lasciati abusivamente al pascolo sui terreni coltivati. La pressante condizione di assoggettamento e omertà imposta ai titolari dell'azienda li costringeva, inoltre, a modificare le condizioni contrattuali con altri operatori agricoli. Secondo gli investigatori, Vincenzo Gallelli, per la realizzazione dei propri intenti criminosi, utilizzava il nipote Antonio Santillo, i pronipoti Antonio Gallelli e Giuseppe Caporale, paventando tramite Francesco Larocca e il genero Giacomo Nisticò Giacomo, il verificarsi di gravissimi atti di sangue qualora le direttive del capo cosca non fossero state seguite.

Fonte ANSA

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