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manzini marisa dxOggi Gratteri in aula al processo “Black money” contro il clan Mancuso
di Aaron Pettinari
Misure eccezionali sono state disposte dalle prefetture di Vibo, Catanzaro e Cosenza per garantire la sicurezza del magistrato Marisa Manzini, la scorsa settimana pesantemente minacciata ed insultata dal boss Pantaleone Mancuso (alias Luni Scarpuni) durante il processo “Black money”. Così già stamattina, alla ripresa del dibattimento, che vede alla sbarra ventidue imputati tra capi e gregari della cosca Mancuso, in Tribunale si è subito notato un rafforzamento della sorveglianza del Tribunale da parte delle forze dell’ordine.
Il gesto del capomafia, intervenuto con un collegamento in videoconferenza dal carcere de L'Aquila, è sicuramente un gesto gravissimo ed ora lo Stato è chiamato a dare una risposta. Gli inquirenti attendono la trascrizione dei verbali dell'udienza del 17 ottobre in modo da verificare parola per parola quelle frasi pronunciate da Mancuso sia contro la pm che contro il colonnello dei carabinieri Giovanni Sozzo che, in passato, da comandante del Ros di Catanzaro ha condotto le indagini relative all'operazione Purgatorio-Black money.
Nella sua invettiva critiche erano state anche rivolte contro il pentito Andrea Mantella (definito “caprone”), che aveva confessato otto omicidi ed una serie di ordini di esecuzione portati a termine dai suoi sodali.
La pm era proprio intervenuta opponendosi a quegli insulti pesanti di fatto scatenando la reazione rabbiosa del boss rinchiuso al 41 bis: “Fai silenzio, fai silenzio, fai silenzio ca parrasti assai... hai capito ca parrasti assai. Fai silenzio ca parrasti assai... Hai capito ca parrasti assai, fai silenzio, fammi parrari a mia, ca ancora... ti devo parlare di mia moglie ancora, fai silenzio”. E poi ancora, noncurante dei richiami (forse non troppo incisivi) del Tribunale, ha proseguito parlando della vicenda della moglie, Tita Buccafusca, morta nell'aprile del 2011 dopo aver ingerito dell'acido muriatico. “Riguardo il discorso di mia moglie se c'è qualcuno che ha colpe, non sono io; io ho fatto di tutto affinché mia moglie vivesse. Questa signora che fa il pubblico ministero è come se si sta divertendo ogni volta di parlare di quella mia disgrazia, si diverte, gode lei. Mia moglie era malata e saranno prodotti i documenti che indicano la sua malattia, glieli ho fatti avere immediatamente quando è successo il patto con i carabinieri, ai Carabinieri. Purtroppo – ha gridato ancora Mancuso – non hanno ascoltato e, se c'è qualcuno che ha colpe può essere Marisa Manzini, può essere Sozzo, può essere qualcuno dei carabinieri, ma non io, io ho fatto di tutto affinché lei vivesse e mia moglie non aveva alcun motivo di collaborare con Marisa Manzini o con chi sia, va bene?... Marisa Manzini si diverte, Marisa Manzini, Sozzo, si sono divertiti a parlare di sta storia, è ora che la smettano... Il pubblico ministero si metta l'anima in pace che mia moglie era malata, punto e basta e non ha rilasciato nessuna dichiarazione né a Manzini né a Sozzo...".
Oggi nell'aula bunker era anche presente il Procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Nicola Gratteri che all'uscita del palazzo di giustizia ha rilasciato una dichiarazione: “Nessuna ragione particolare per la mia presenza oggi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia. Rappresento l'accusa nel processo insieme alla collega Marisa Manzini e come procuratore della Dda di Catanzaro è normale io vada nelle aule dei Tribunali. Se nella precedente udienza c'è stato qualche intervento sopra le righe da parte di qualche imputato, lo stesso rientra nell'assoluta normalità processuale. Siamo tranquilli così come lo sono i giudici del Tribunale e gli avvocati. Ripeto: assoluta normalità”.