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matacena amedeo 2di AMDuemila
Nuovo capitolo nelle indagini sulla latitanza di Amedeo Matacena, l’ex deputato di Forza Italia condannato definitivamente a tre anni per concorso esterno alla ‘Ndrangheta e da circa tre anni latitante, nonostante un accordo per l’estradizione tra Italia ed Emirati.
L’inchiesta, coordinata dal Procuratore Capo di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho e condotta dal sostituto Giuseppe Lombardo, vede indagate diverse figure del troncone principale (tra cui l’ex ministro Claudio Scajola che sul tempo parla di “uno sporco gioco politico”) ma anche un colonnello dell'Aise, massone affiliato al Grande Oriente d’Italia, e un assistente capo di polizia in servizio a Palazzo Chigi accusati di aver favorito proprio la latitanza di Matacena. Non solo. Ad essere coinvolto vi sarebbe anche un monsignore che avrebbe tentato di vendere in nero 400 chili di lingotti custoditi in un caveau del Vaticano e frutto “della fusione di oro donato dai fedeli alla Chiesa”. A riportare la notizia nei giorni scorsi è stato il quotidiano il Tempo.
Ed emergerebbero anche altri contorni oscuri, tra cu il coinvolgimento con imprenditori, generali dell'esercito italiano, politici di centrodestra ed esponenti della famiglia Casamonica.
Ma chi sono le “new entry” dell'inchiesta? Assieme a Scajola e Matacena risultano indagate Chiara Rizzo e Maria Grazia Fiordelisi, rispettivamente moglie e segretaria di Matacena, Martino Antonio Politi, considerato il suo factotum, la segretaria di Scajola Roberta Sacco, nonché Vincenzo Speziali, latitante in Libano sposato con la figlia di un ex presidente libanese e nipote dell'omonimo senatore Pdl. Volti nuovi dell'indagine invece sono Domenico Sperandeo, agente dell’Aise ora in pensione affiliato alla Massoneria, e Franco Ciotoli, assistente capo della Polizia di Stato in servizio presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Gli agenti della Dia, infatti, ad aprile si sono recati presso le loro abitazioni sequestrando computer, Ipad e hard disk.
Il capo di imputazione contestato dai pm è quello di far parte di “un’associazione per delinquere segreta collegata all’associazione di tipo mafioso e armata denonimata ’ndrangheta da rapporto di interrelazione biunivoca al fine di estendere le potenzialità operative del sodalizio in campo nazionale e internazionale”. Secondo i Pubblici Ministeri della Procura distrettuale antimafia Cafiero De Raho e Giuseppe Lombardo di Reggio Calabria gli indagati “hanno posto in essere, consentito o comunque agevolato condotte delittuose dirette ad agevolare l’attività di interferenza di Speziali su funzioni sovrane (quali la potestà di concedere l’estradizione, in capo alle rappresentanze politiche della Repubblica del Libano), finalizzate a proteggere la perdurante latitanza di Matacena”, in modo da “mantenere inalterata la piena operatività di Matacena e della galassia imprenditoriale a lui riferibile, costituita da molteplici società usate per schermare la vera natura delle relazioni politiche, istituzionali e imprenditoriali da lui garantite a livello regionale, nazionale e internazionale”.
Nel decreto di perquisizione i pm scrivono che il colonnello Sperandeo “risulta inserito in una loggia massonica, verosimilmente il Grande Oriente d’Italia, sin dai tempi in cui era in servizio all’Aise”. Circostanza che, “viola i limiti imposti dalla legge in ordine all’iscrizione alle logge massoniche di un soggetto che riveste lo status di militare in servizio. Nelle intercettazioni, l’uomo dei servizi parla con avvocati, dipendenti Rai e professionisti romani di “riunioni” che si tengono ogni martedì “in un tempio diverso”.
Sperandeo, tramite il suo avvocato Daniele Francesco Lelli, raggiunto da ilfattoquotidiano.it, si è difeso dichiarandosi estraneo ai fatti e pronto a dimostrare ciò.
Sperandeo e Ciotoli sono anche indicati dai magistrati reggini come intermediari nel tentativo di vendita di lingotti vaticani, in contatto con i soci della Goldiam, azienda di diritto maltese nel settore dei preziosi. Sentito dagli inquirenti nel 2015, un imprenditore ha messo a verbale che un “monsignore mi disse che aveva la necessità di effettuare un’operazione riservata che prevedeva la vendita di un primo stock da 400 chili (…). Richiedeva il pagamento in contanti o attraverso il deposito presso una cassetta di sicurezza estera”. Un socio della Goldiam precisa poi agli inquirenti: “A dire del monsignore l’oro era custodito nel caveau del Vaticano. Appresi che proveniva dalla Svizzera ed era frutto della fusione di oro donato alla Chiesa”.

Foto © Ansa