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caccia bruno web2Foto e Video all'interno!
di Aaron Pettinari
I familiari: ''Ora si cerchino i mandanti''
Trentadue anni senza una verità completa. Non è una novità in Italia, il Paese delle stragi e dei misteri di Stato. Ora però il caso della morte di Bruno Caccia, procuratore capo di Torino ucciso a pochi passi da casa, in via Sommacampagna, con 17 colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983, si arricchisce di un nuovo tassello.
Ieri è stato infatti arrestato dagli agenti della Squadra Mobile Rocco Schirripa, accusato di essere uno dei presunti killer del magistrato.
Un'indagine complessa quella coordinata dai pm di Milano Ilda Boccassini e Marcello Tatangelo.
Schirripa, è un torinese di 64 anni di origini calabresi con numerosi precedenti penali. A Torino faceva il panettiere in borgata Parella, ma scavando nel suo passato gli investigatori hanno trovato collegamenti di parentela con la famiglia di Domenico Belfiore, considerato il mandante dell’omicidio che è maturato nell’ambiente della ‘ndrangheta e che è già stato condannato all'ergastolo nel 1993 come mandante.
Belfiore, pochi mesi fa uscito di prigione per motivi di salute, era stato incastrato dalle registrazioni eseguite di nascosto dal pentito Francesco Miano nell'infermeria del carcere.

Motivi di un omicidio
Il procuratore Caccia, magistrato ritenuto incorruttibile dagli stessi boss, era una di quelle figure che non guardava in faccia a nessuno. Nelle sue indagini si era occupato di terorrismo ma anche di criminalità organizzata (dai sequestri di persona agli omicidi passando per le infiltrazioni mafiose nel casinò di Saint Vincent). Erano proprio queste le prime piste su cui si mossero le indagini. Il primo filone, quello rosso, era stato aperto dopo una telefonata che rivendicava il delitto alle Brigate Rosse ma si rivelò poi falso. Poco tempo dopo, grazie anche alle inchieste sul clan dei Cursoti, emerse un primo pezzo di verità che indirizzo le indagini verso la 'Ndrangheta e le famiglie trapiantate in Piemonte. Tuttavia non si arrivò ad una verità completa sull'omicidio.

Le nuove indagini
Due anni fa, nel trentennale dell'omicidio, un appello dei figli del procuratore ucciso sollecitava gli inquirenti a riaprire il fascicolo “congelato” nei cassetti della procura milanese, competente per legge sui reati riguardanti i magistrati torinesi.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal sostituto procuratore Marcello Tatangelo, sono ripartite dall'esposto presentato nei mesi scorsi da Fabio Repici, legale della famiglia Caccia, in cui si propone di guardare oltre le 'ndrine, evidenziando gli interessi di Cosa Nostra per i casinò del nord Italia e i rapporti con i servizi segreti ed anche denunciando i depistaggi che si sono susseguiti, oltre alle inerzie nelle indagini da parte di alcuni magistrati torinesi e milanesi. Aspetti che non sono contenuti nell'ordinanza e su cui la Procura di Milano, evidentemente, dovrà ancora sviluppare indagini.
Secondo i pm milanesi, Schirripa era alla guida dell'auto che avvicinò il procuratore sotto casa, poco prima dell'esecuzione. L'uomo, secondo le indagini, avrebbe poi inflitto a Caccia il colpo di grazia con un proiettile alla testa. Dalle intercettazioni, scrive il giudice, “emergono inoltre plurimi elementi che fanno ritenere verosimile che la seconda persona che sparò al procuratore sia stato lo stesso Domenico Belfiore”. Quanto, infine, a Placido Barresi, cognato di Belfiore coinvolto nell'inchiesta sull'omicidio caccia ma alla fine assolto per insufficienza di prove, “dagli atti del processo emerge senza alcun dubbio che il predetto era a conoscenza non solo della decisione di uccidere il procuratore, ma anche (nonostante fosse detenuto il giorno dell'agguato) di ogni dettaglio sull'omicidio, inclusa l'identità degli esecutori materiali”.

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Il procuratore capo di Torino, ucciso il 26 giugno del 1983 da un commando a pochi metri da casa


Incastrati dalla lettera anonima

Per arrivare all'arresto di Schirripa gli investigatori hanno adottato uno stratagemma. Hanno inviato una lettera anonima ai sospettati del delitto con una fotocopia di un articolo de La Stampa sull'arresto di Belfiore, con dietro scritta la frase “Omicidio Caccia: se parlo andate tutti alle Vallette (il carcere di Torino ndr) Esecutori: Domenico Belfiore Rocco Barca Schirripa Mandanti: Placido Barresi, Giuseppe Belfiore, Sasà Belfior”.
In quel modo la Dda ha cercato di sondare le reazioni di uno dei sospettati e le stesse non sono mancate. “Io non ne ho parlato più con nessuno. Ma stiamo scherzando? Sono cose delicatissime queste” dice lo stesso presunto killer che ammette di “dormire male” per questo fatto. Arriva persino al punto di pianificare una fuga: “Io vedo di cercare una sistemazione, almeno posso andare a dormire tranquillo”. “La loro unica preoccupazione era quella di capire chi avesse parlato - ha spiegato il procuratore facente funzioni di Milano Piero Forno - e i sospetti si sono concentrati proprio su Rocco Schirripa, che poi ha detto di aver fatto alcune confidenze a qualcuno”. In particolare la preoccupazione era incentrata nel capire “se Schirripa avesse rivelato anche dei dettagli compromettenti del delitto, come la disposizione degli uomini del gruppo di fuoco nella macchina” utilizzata per fare l'agguato al magistrato o altri dettagli che le indagini non avevano ancora portato alla luce.
I pm hanno poi spiegato come le frasi che inchioderebbero Schirripa siano state captate grazie a un virus, che permette di attivare a distanza i microfoni degli smartphone intercettati, trasformandoli così in registratori. In questo modo si possono catturare, immagazzinare e trasmettere conversazioni anche all’aria aperta, in luoghi, come il balcone di casa, ritenuti al riparo dalle microspie.
Durante le intercettazioni ambientali nella casa di Domenico Belfiore si sono “catturati” altri dettagli. Lo stesso Belfiore, che per decenni non aveva mai parlato di quell'omicidio, non sapendo di essere intercettato, pur utilizzando diverse precauzioni, in balcone ha alluso all'episodio: “Quelli di là sotto lo sapevano quasi tutti" alludendo - annota il gip Stefania Pepe - agli esponenti di vertice della 'ndrangheta che (...) erano stati informati”, nel 1983, della decisione di uccidere il procuratore.

schirripa panetteria
Vecchia pista
Un dato inquietante, che evidenza ulteriormente come in tutti questi anni attorno al caso Caccia vi fosse un vero e proprio “buco nero”, le prime accuse, datate nel 1995, mosse nei confronti di Schirripa da Vincenzo Pavia, cognato di Domenico Belfiore.
Questi infatti, individuato nelle prime fasi delle indagini come l'uomo dell'identikit, aveva deciso di parlare dell'omicidio con i pm Marcello Maddalena e Sandro Ausiello nel 1996 confermando di aver partecipato ai sopralluoghi per l’organizzazione dell’agguato e indicando anche i nomi del commando. A suo dire a partecipare all’esecuzione erano Renato Angeli, Giuseppe Belfiore (il fratello di Domenico, condannato come mandante dell’omicidio), Tommaso De Pace e Rocco Schirripa, proprio l'uomo arrestati ieri notte su ordine della procura milanese. Le dichiarazioni di Pavia furono ritenute inattendibili per un'incongruenza specifica del racconto in merito alla partecipazione di Renato Angeli. Al momento dell'omicidio, infatti, questi era in carcere e l'indagine venne archiviata. L'ipotesi è che in realtà lo stesso Pavia avesse voluto proteggere se stesso indicando Angeli come membro del commando.
Quel che è certo è che l'identikit dell’arrestato corrisponde perfettamente a quello tracciato all’epoca da chi investigò sul caso subito dopo l’omicidio. Rocco Schirripa era un nome noto agli inquirenti piemontesi. Il suo nome emerge nel 2011, nella maxi operazione contro la 'Ndrangheta in provincia di Torino denominata “Minotauro”, ritenuto elemento del locale di Moncalieri, affiliato con la dote di trequartino. Un'accusa per cui lo stesso Schirripa patteggia e subisce una pena di un anno e 8 mesi per 416 bis. Poco tempo dopo riemerge quando la Procura di Torino lo accusa di aver favorito la latitanza di Giorgio De Masi, detto “u mangianesi”, ritenuto dalla Procura di Reggio Calabria capo società di Gioiosa Jonica ed anche in questa occasione lo stesso ha nuovamente patteggiato.

VIDEO Delitto Caccia, l'arresto del killer del procuratore di Torino



Il commento delle figlie e del legale Fabio Repici
“Questo arresto è un tassello importante per gli sviluppi futuri dell'inchiesta - ha commentato Cristina Caccia, figlia del magistrato assassinato - Ci auguriamo che possa far luce su tutti i risvolti rimasti oscuri di questa vicenda, a partire dagli altri mandanti. Siamo soddisfatti del lavoro svolto dagli investigatori, ma chiaramente in circostanze del genere non si può essere contenti. E' strano che questa persona sia rimasta indisturbata a Torino, per oltre trent'anni. Ringraziamo la polizia e aspettiamo che l'inchiesta vada avanti”. “Questo arresto dimostra in modo chiaro che avevamo ragione a sostenere che esiste un intollerabile buco nero attorno all’omicidio Caccia. Negli ultimi anni abbiamo sollecitato in ogni modo le autorità giudiziarie a riaprire il caso. Non posso commentare nel merito l’indagine, non avendo ancora le carte, ma ribadisco la soddisfazione perché la famiglia potrà partecipare ad un processo e dare il proprio contributo per la scoperta della verità”. Paola accia, intervenuta a Radio 24 ha denunciato le inerzie investigative vissute in questi 32 anni: “Mi sconvolge che non ci sia stata in questi anni una grande volontà e testardaggine dai suoi colleghi nel far luce. Non c'è stata neanche a Torino, dove è stato sempre ricordato, la volontà di capire. repici fabio web0Abbiamo patito che il processo si sia basato su pochissime delle cose emerse, erano state abbandonate piste e tracce che portavano in altra direzione. Solo dopo tre denunce, ci hanno dato ascolto anche a Milano. Noi abbiamo sempre dichiarato che non eravamo soddisfatti di come fossero andate le indagini e il processo”.
A chiudere il cerchio anche il legale della famiglia, Fabio Repici: “Questo arresto dimostra in modo chiaro che avevamo ragione a sostenere che esiste un intollerabile buco nero attorno all’omicidio Caccia. Negli ultimi anni abbiamo sollecitato in ogni modo le autorità giudiziarie a riaprire il caso. Non posso commentare nel merito l’indagine, non avendo ancora le carte, ma ribadisco la soddisfazione perché la famiglia potrà partecipare ad un processo e dare il proprio contributo per la scoperta della verità. Certo c'è amarezza che a certe verità si possa arrivare ad anni di distanza solo perché vi è stata un'incessante richiesta di giustizia da parte dei familiari. Forse, certi aspetti, si sarebbero potuti approfondire prima. E altri ancora devono essere approfonditi”.

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