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gdf-web2Con l'operazione "Santa Fe" sequestrate 4 tonnellate di droga. “Coinvolto un capo delle Farc”
di AMDuemila - 17 giugno 2015
Dalla Colombia alla Calabria, passando per la Spagna su barche a vela. E' questa la via della droga della 'Ndrangheta, svelata con la maxioperazione “Santa fe” che questa mattina ha portato all'esecuzione di 34 misure cautelari in Italia e 4 in Spagna, eseguiti dal Gico della Guardia di Finanza di Catanzaro in collaborazione con la Dea americana e la Guardia civil spagnola.
A coordinare le indagini il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho e l'aggiunto Nicola Gratteri. Un'inchiesta piuttosto articolata che ha portato al sequestro di quattro tonnellate di cocaina e che non si è sviluppata solo in provincia di Reggio ma anche in Brasile, Argentina, Repubblica Dominicana, Colombia, Spagna e Montenegro. Proprio in Colombia gli investigatori hanno identificato un soggetto capace di fornire tutto l'appoggio logistico per il narcotraffico e rifornire il mercato europeo di cocaina. Sarebbe un comandante delle Farc, le forze armate rivoluzionare, con alle spalle basi militari e un vero e proprio esercito. Il suo nome sarà forse reso noto nelle prossime ore, per ora è ancora uccel di bosco, si sa soltanto che la Dea americana, i Navy Seals e le forze speciali colombiane lo inseguono da anni senza risultato. Una cattura resa difficile dal fatto che lo stesso opera, in massima sicurezza, all'interno della Foresta Amazzonica.

La via della polvere bianca
La droga viaggiava dalla Colombia su barche a vela dirette in Spagna. Nella notte tra il 25 e 26 agosto 2014 unità navali spagnole con il supporto aereo portoghese erano riusciti ad abbordare il Pandora Lys, un'imbarcazione a vela imbottita di cocaina destinata ai calabresi. Trasportava un carico di 856 kg di cocaina. Successivamente, a largo delle isole Canarie, sempre in occasione di un abbordaggoi di un veliero, sono stati sequestrati altri 725 kg ci cocaina. A questi si aggiungono poi i diversi piccoli carichi, rintracciati all'interno di alcuni container arrivati al Porto di Gioia Tauro, finiti direttamente nelle mani della Guardia di finanza italiana.
Se da una parte c'era l'inafferrabile uomo delle Farc, dall'altra erano le famiglie storiche della Piana di Gioia Tauro (Alvaro e Pesce) e della Locride (Coluccio-Aquino) a tirare le fila degli affari.
I clan calabresi, secondo gli inquirenti, in tempi di spending review si erano messi assieme per gestire carichi di sostanze stupefacenti di grandi dimensioni in maniera da strappare prezzi più bassi e condividere anche i rischi delle operazioni. L'organizzazione era quindi in grado di avere un rapporto privilegiato con i fornitori, a cui pagava anche quei carichi che non arrivavano a destinazione. Personaggio chiave dell'indagine sarebbe il boss di Locri Antonio Femia il quale, secondo la ricostruzione degli investigatori, teneva i rapporti con i finanziatori stabilendo i canali approviggionamento della “polvere bianca”. E' lui l'anello di collegamento tra i fornitori ed i boss Giusepe Alvaro, rampollo dei clan di Sinipoli, arrestato dai finanzieri in Toscana. La cocaina non arrivava solo al porto di Gioia Tauro ma anche a Vado Ligure, Livorno e Genova dove uomini al servizio delle cosche riuscivano a fare uscire la droga eludendo i controlli della dogana. Un traffico che secondo il pm Gratteri avrebbe fatto guadagnare alle cosche un miliardo di euro. Nel corso dell'operazione sono stati anche sequestrati tra i Lazio e la Calabria beni immobili, quote societarie, ditte individuali e beni mobili di lusso per un valore di cinque milioni di euro sequestrati tra il Lazio e la Calabria.

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