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martello-giustizia-245 condanne in appello tra cui sindaci, imprenditori e segretari comunali
di AMDuemila - 29 maggio 2015
Lo scorso aprile la Cassazione ha condannato 47 su 50 imputati al processo Minotauro. Questa volta, la Corte d’Appello che celebra il troncone sulla ‘Ndrangheta a Torino, ha emesso 45 condanne (a fronte delle 36 del primo grado, 25 le assoluzioni), aggiungendo un nuovo tassello al mosaico che attesta la presenza delle cosche calabresi nel torinese.

Con le ultime condanne vengono dunque certificati i legami dei boss della ‘Ndrangheta con il tessuto politico locale: 8 anni sono stati inflitti a Nevio Coral, ex primo cittadino a Leini, per il reato di concorso esterno. I giudici, inoltre, hanno riconosciuto la connotazione “politico-mafiosa” per una vicenda di voto di scambio risalente al 2009, nella quale fu coinvolto Antonino Battaglia, ex segretario comunale (condannato a tre anni e ora interdetto dai pubblici uffici per cinque anni) insieme a un futuro europarlamentare, Fabrizio Bertot (sindaco di Rivarolo Canavese, nei suoi confronti c’è un procedimento parallelo). Condannato a tre anni per l’episodio anche l’imprenditore Giovanni Macrì. Sette anni per associazione mafiosa, invece, a Bruno Trunfio, ex assessore di Chivasso.

La pubblica accusa, in appello, aveva chiesto di condannare Battaglia e Macrì per 416 ter dato che la nuova formulazione del 2014 consentiva di punire anche la promessa di denaro o “altre utilità”, come la concessione di appalti. In primo grado, invece, i due imputati erano stati condannati, a novembre 2013, solo per voto di scambio semplice perché secondo il tribunale non ci sarebbe stato uno scambio di denaro o favori tra Battaglia e Macrì (per conto di Bertot) e i boss Giuseppe Catalano e Giovanni Iaria, quest’ultimo appartenente alla cosca di Cuorgné ed ex esponente politico socialista. Secondo quanto stabilito dalla terza sezione penale della Corte, invece, questo sarebbe avvenuto nel corso della campagna elettorale del maggio 2009, quando ha avuto luogo un incontro con alcuni affiliati della ‘Ndrangheta nel Bar Italia, oggi definitivamente confiscato e gestito dall’associazione Libera ma in precedenza appartenente al boss Catalano.

"Siamo soddisfatti nella sostanza. L'impianto accusatorio ha retto" ha dichiarato il procuratore generale Antonio Malagnino, uno dei pm del processo, insieme ai colleghi Roberto Sparagna e Monica Abbatecola. In aula presente anche il comandante provinciale di Carabinieri Arturo Guarino, che si è complimentato con i militari dell'Arma che avevano preso parte alle indagini.

In tutto sono stati distribuiti centinaia di anni di reclusione. La pena più alta è pari a 17 anni e tre mesi per l'imputato Vincenzo Argirò, considerato uno dei capi del Crimine di Torino.

L’operazione Minotauro, scattata nel giugno 2011 con 150 ordinanze, aveva scoperto, si leggeva nel documento, “un'organizzazione imponente con centinaia di affiliati, tenacemente e capillarmente radicata” in città come nell’ hinterland, forte di una scarsissima quantità di denunce “e ancor meno le denunce spontanee”. "La 'Ndrangheta è una sola tanto al Nord quanto al Sud - ha dichiarato, prima dell’intervento dei pm, il pg Roberto Sparagna - ma al Nord opera in modo diverso: agisce in silenzio, si adatta, si mimetizza. E questo, per certi aspetti, la rende ancora più insidiosa”.

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