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di AMDuemila - 4 marzo 2014
34 arresti e sequestri per un valore di decine di mln in tre regioni d'Italia
La polizia di Milano, guidata da Alessandro Giuliano e coordinata dalla Dda di Milano ha eseguito una trentina arresti. Inoltre sono in atto in tre regioni d'Italia sequestri di beni mobili e immobili del valore di una decina di milioni di euro.
Fra gli arrestati imprenditori, dirigenti di uffici postali e appartenenti alle locali di 'Ndrangheta in Brianza, tutti differentemente coinvolti nella gestione o utilizzo di quella che gli inquirenti definiscono una “banca autonoma” della 'Ndrangheta.
I reati contestati sono: associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito e intestazione fittizia di beni e società; reati in gran parte aggravati dall’utilizzo del metodo intimidatorio tipicamente mafioso e dalla finalità di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.

Da quanto emerge dalle indagini, coordinate dal magistrato Ilda Bocassini, nella “banca” di Seveso in provincia di Monza e Brianza, l'organizzazione depositava i soldi provenienti dall'usura e da altri reati, arrivando a movimentare centinaia di milioni di euro. Tale disponibilità di capitali permetteva alla 'Ndrangheta di riciclare il denaro illecito nel mercato pulito, di accumulare denaro esportando capitali in Svizzera e a San Marino e anche di sostenere le famiglie dei detenuti arrestati nell'operazione “Infinito”. Il tutto sarebbe stato possibile grazie alla collusione di banchieri, dipendenti postali e imprenditori che facevano girare questo sistema. Questi ultimi, si sarebbero rivolti all'organizzazione sia per prestiti, rischiando di diventare vittime di usura, sia per usufruire della cosiddetta “compravendita di denaro” che permetteva loro di evadere il fisco. Molti imprenditori incensurati avrebbero frodato il fisco emettendo assegni alle società dell'organizzazione facendo così figurare spese inesistenti, somme che poi il clan restituiva in contanti trattenendo il 5 percento come pagamento del servizio offerto. Queste manovre di soldi sarebbero state possibili grazie alla copertura di alcuni dirigenti postali disposti a infrangere qualsiasi normativa e rilasciare somme, in contanti, anche di 100 mila euro alla volta.
“Il programma criminoso” e gli obiettivi principali del gruppo mafioso “oltre a quelli di porre in essere una pluralità indeterminata di delitti di riciclaggio, di usura, di estorsione, di contrabbando e di attribuzione fittizia di beni e di società, e di realizzare conseguentemente profitti e vantaggi ingiusti per la stessa associazione mafiosa - si legge nell'ordinanza del gip Simone Luerti - erano soprattutto quelli di accumulare capitali di sicura provenienza delittuosa, e di reimpiegarli in modo da acquisire la gestione, diretta o più spesso indiretta, ed il controllo di attività economiche, ma anche di concessione di appalti e lavori pubblici, in settori cruciali come quello edilizio, dei trasporti, quello nautico della costruzione di imbarcazioni da diporto, o quello delle energie rinnovabili”.

I vertici
A capo di tale sistema secondo gli investigatori ci sarebbe Giuseppe Pensabene, co-reggente della locale di Desio. Pensabene ha un noto curriculum mafioso: negli anni '80 è stato affiliato alla cosca degli Imerti ed ha partecipato alla guerra di 'ndrina in Calabria, trasferitosi in Lombardia sarebbe divenuto capo della locale di Desio in seguito alla decapitazione di alcune cosche lombarde causata dall'operazione “Infinito”. Ma il presunto boss ha fin da subito fiutato gli affari che nel territorio gli permettevano di guadagnare: “Pensabene - spiega il sostituto procuratore Giuseppe D'Amico - non costituisce un 'locale classico', anche se la violenza veniva comunque esercitata per intimidire, ma un gruppo dedito alle operazioni finanziarie”. Difatti il boss ha capito subito l'importanza di infiltrarsi nei vari ambienti: “Dobbiamo essere come polipi, ci dobbiamo agganciare dappertutto, i tentacoli devono arrivare dappertutto, ci sono le condizioni per poterlo fare”. Con questa idea avrebbe organizzato la complessa struttura di riciclaggio, prestiti e “compravvendite di denaro”. Lui era la testa e si occupava, secondo gli investigatori, della gestione e organizzazione della struttura, sceglieva il tasso d'interesse dei prestiti, decideva dove investire, controllava la gestione delle attività economiche di copertura, seguiva le estorsioni e manteneva gli equilibri e la pace tra le locali lombarde. Assieme a lui, ai vertici della cosca risulta esserci anche l'imprenditore Dominico Zema, personaggio ambiguo, data la sua vicinanza da una parte alla 'Ndrangheta (la moglie è la figlia di un noto boss arrestato nell'operazione Infinito) e dall'altra alla politica. Zema infatti è stato anche assessore per Forza Italia nel comune di Cesano Madero.

Il quadro rilevato dall'indagine della squadra mobile di Milano, presenta una mafia 'nuova' che si concentra sulla finanza, tanto da avere all'interno del gruppo un broker, Emanuele Sangiovanni, e che evita il più possibile atti violenti e sanguinosi che attirano troppo l'attenzione. In un dialogo intercettato dalle microspie si sente un sodale che chiede a Pensabene: “Non è che i lavori che facciamo noi siano da 'Ndrangheta?” e il presunto boss risponde: “Enzo, ma stai scherzando? È imparagonabile la cosa... Enzo, uno deve stare lontano dalla droga, dalle armi, dal 416bis, da quelle cose deve stare lontano..”. Ciò non significa che non si arrivi alle intimidazioni e minacce se necessario. Questa nuova mafia al Nord trova spesso il compiacere di molti imprenditori ed è sconcertante il fatto che molti si siano affidati a questa organizzazione, ben consapevoli della sua origine mafiosa. Così come è sconcertante il fatto che gli imprenditori strozzati dagli altissimi tassi d'interesse usurai non abbiano mai denunciato la cosa e anzi, in alcuni casi siano stati assorbiti dalla cosca, entrando a farne parte e procurando clienti all'organizzazione stessa.

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