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lento-maurizio0Arrestati il legale dei Mancuso, l’ex capo e il vice della Mobile di Vibo
di AMDuemila - 25 febbraio 2014
Uomini della Squadra Mobile ma anche solerti depistatori di indagini contro il clan Mancuso di Limbadi. L’ennesima conferma delle molteplici infiltrazioni della ‘Ndrangheta dentro e fuori i palazzi delle istituzioni. È quanto è emerso a seguito dell’arresto dell’ex capo della Mobile di Vibo Valentia Maurizio Lento (foto in alto) e del suo vice Emanuele Rodonò (foto in basso). Il primo prestava attualmente servizio alla Questura di Messina, il secondo era al reparto mobile di Roma ma entrambi, tra il 2009 e il 2011, avrebbero “omesso lo svolgimento di qualsiasi attività investigativa su tale sodalizio criminale, in palese violazione dei propri doveri d’ufficio” non trasmettendo “ai magistrati le segnalazioni sulla possibile esistenza di reati” ma anzi concentrando “le attività investigative del reparto da loro diretto nei confronti di un cartello di cosche avverse ai Mancuso”.

Di questo sono convinti gli inquirenti in riferimento ai due soggetti che sono finiti al centro dell’inchiesta della Dda di Catanzaro (firmata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli) arrestati dai Ros dei Carabinieri su ordine del Gip di arresto-lento-FOTO CHIEFALOCatanzaro Abdigal Mellace per concorso esterno in associazione mafiosa. Finito in manette anche Antonio Galati, avvocato della famiglia Mancuso nonché secondo le indagini importante uomo cerniera tra la ‘ndrina ed esponenti delle istituzioni, magistrati e poliziotti. Per merito di Galati i Mancuso avrebbero beneficiato di trattamenti di favore grazie all’acquisizione di informazioni riservate e garantendo “la possibilità di continuare ad operare in condizioni di massima tranquillità e clandestinità” grazie ad “una rete impressionante di amicizie e frequentazioni che Galati con grande abilità è riuscito a intessere attorno alla sua persona”.
Nell’inchiesta sono registrati gli incontri del legale dei Mancuso con alcuni giudici. Nel corso delle conversazioni intercettate si fa riferimento agli scontri tra magistrati avvenuti tra il 2009 e il 2011 presso il Tribunale e la Procura di Vibo di cui si sono poi occupati i magistrati di Salerno. È l’inchiesta Purgatorio, iniziata nel 2010 (l’indagine che ha portato ai tre arresti di oggi ne è una costola) che rivela una serie di rapporti tra i boss e diversi rappresentanti delle istituzioni. Sulla scena c’è anche lo stesso Galati, precedentemente rodono-emanuelecoinvolto nell’indagine “Do ut des” del 2005 dove è accusato (ed attualmente assolto in primo grado) assieme all’ex giudice del tribunale di Vibo Patrizia Pasquin e a diversi imprenditori e professionisti di corruzione in atti giudiziari, concorso in truffa aggravata in danno della Regione Calabria e dell’Unione europea.
Con l’inchiesta Purgatorio viene dunque svelato l’ingranaggio di cui dispone la ‘Ndrangheta, nel quale Galati era inserito grazie ad una serie di amicizie – magistrati come Guido Bianchi, Giampaolo Bonisegna, Cristina De Luca, Manuela Gallo – attraverso le quali carpiva informazioni o fomentava liti. L’obiettivo: condizionare l’esito di processi in cui erano coinvolti i Mancuso, violare il segreto d’ufficio, alimentare una sorta di guerra interna contro altri magistrati del distretto di Catanzaro, anche attraverso un’opera di “dossieraggio” perpetrata proprio da Galati.

In foto: la conferenza stampa degli inquirenti (© CHIEFALO)

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