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viscone-francesca-effIntervista a Francesca Viscone, minacciata dal manager per aver criticato “I canti della malavita”
di Miriam Cuccu - 7 febbraio 2014
Chiuse le indagini preliminari nei confronti di Francesco Sbano, manager di Paola residente in Germania, e del musicista reggino Demetrio Siclari, accusati di atti persecutori e intimidatori nei confronti di alcuni collaboratori del Museo della ‘Ndrangheta. I due, secondo la ricostruzione della procura di Reggio Calabria, nel 2012 si sono recati al museo esigendo i diritti d’autore da un laboratorio di legalità che si era avvalso di alcune canzoni per insegnare ai più piccoli come smitizzare il fascino della ‘Ndrangheta.
Manager e musicista hanno minacciato i collaboratori di Claudio La Camera (coordinatore del museo) Antonia Bellocchio, Vincenzo Mercurio e Simone Squillace, oltre alla giornalista Francesca Viscone (che in quel momento non era presente) ‘colpevole’ di aver sollevato una serie di analisi critiche nei confronti delle canzoni che inneggiano alla ‘Ndrangheta. Il manager calabrese, presentandosi alla porta del museo, ha lanciato ingiurie e gravi insulti: “Siete d’accordo con quella t… di Francesca Viscone?”, “Ci state causando un sacco di danni. In Germania, in tutto il mondo i nostri concerti sono acclamati, proiezioni e concerti nei più grandi teatri… grosse orchestre…”, e ancora: “Io vi rovino!”.

La Viscone, insegnante e giornalista free-lance (anche per il Quotidiano della Calabria) negli ultimi anni aveva espresso opinioni negative nei confronti di un genere musicale che stava spopolando in Germania. In particolare con l’uscita del suo la-globalizzazione-delle-cattive-ideelibro (La globalizzazione delle cattive idee, Rubbettino Editore, 2005) per il quale lo stesso Sbano telefonò all’autrice e all'editore chiedendo di non pubblicare il libro.
I canti contengono veri e propri inni al culto dell’omertà, all’odio per le vittime di mafia e contro chi ‘sgarra’: “Nun c'è pirduna nun c’è pietà pi cu sgarra ca società”, recita una delle tracce della trilogia “Le canzoni della malavita”, che solo in Germania ha venduto 150mila copie e lascia ben poco spazio ad equivoci.
Antimafia Duemila ha raggiunto Francesca Viscone, che ci ha spiegato i problemi legati alla cattiva informazione su quello che all’estero è un vero e proprio fenomeno di business musicale.

Che idea ti sei fatta della chiusura delle indagini preliminari a carico di Francesco Sbano, può rappresentare la svolta per nuovi sviluppi sulla vicenda?
Quantomeno si fa capire a questo signore che non può andare in giro ad aggredire verbalmente chiunque pensando che, siccome siamo in Calabria, la giustizia non fa il suo corso e nessuno si rivolge ad un avvocato o ad un giudice. Sbano ha sempre pensato che non avrebbe mai subito nessuna conseguenza per il suo comportamento. Ero sicura che prima o poi avrebbe perso il controllo, è una persona molto irascibile, non ama che ci siano persone che gli si mettono trai piedi, ma da allora non l’ho più incontrato.
Con l’apertura di un processo finalmente si potrebbe avere un documento ufficiale che attesti una presa di posizione da parte della magistratura nei suoi confronti. Oltretutto, questo avrà per lui delle conseguenze non solo sulla sua credibilità qui in Italia ma anche in Germania: finora si è sempre vantato si essere un esperto conoscitore del fenomeno mafioso e dai tedeschi è stato preso molto sul serio, in modo particolare dallo Spiegel – prestigiosa rivista settimanale tedesca, ndr – che ha una grande credibilità.

Lascia un po’ perplessi il fatto che proprio la Germania, segnata dalla strage di Duisburg nel 2007, abbia accolto con tale favore le canzoni prodotte da Sbano e dal musicista Siclari, che di fatto inneggiano alla ‘Ndrangheta…
Dopo la strage di Duisburg mi aspettavo una presa di coscienza da parte dei tedeschi, ma in realtà questo non è accaduto, e in Germania la presenza della ‘Ndrangheta è stata sottovalutata anche a causa dell’idea diffusa che ‘tanto si ammazzano tra loro’. Un po’ quello che hanno sempre detto i settentrionali in Italia parlando del sud, ma anche il sud stesso, quando c’era la convinzione che le guerre tra mafiosi non riguardassero la società civile.

In tutto questo, in che modo Le canzoni della malavita hanno spopolato in Germania e come sono state trattate dall’informazione tedesca?
Sbano è ingegnoso, non si accontenta dei risultati ottenuti e Der Spiegelmalacarne-giuliani0 l’ha sempre sostenuto grazie anche a uno dei giornalisti del settimanale, Andreas Ulrich. Nel 2010 è uscito l’album fotografico di Alberto Giuliani – “Malacarne. Leben mit der Mafia” (Malacarne. Vivere con la mafia), editore Edel Earbooks, ndr – un cartonato di grande pregio con molte fotografie e alcuni testi contro la ‘Ndrangheta scritti da vari giornalisti - Andrea Amato, Pino Corrias, Francesco La Licata, Antonio Nicaso, Roberto Saviano, oltre al magistrato Nicola Gratteri e a Rita Borsellino, ndr –. Giuliani, a loro insaputa, aveva allegato al volume due cd di canzoni di ‘Ndrangheta. Quando il volume è uscito, insieme alle proteste degli autori per l’operazione svolta alle loro spalle, da parte dei giornalisti tedeschi non è partita nemmeno una denuncia. Si sono semplicemente limitati a non fare pubblicità al libro.
La pubblicazione di un’intervista che Sbano aveva fatto a un latitante ‘ndranghetista aveva fatto concentrare nuovamente l’attenzione su di lui. Il killer raccontava di essere cresciuto in Germania e di avere poi deciso di venire in Calabria per aiutare la sua terra a riscuotersi… come se la rinascita del Mezzogiorno potesse arrivare dalla ‘Ndrangheta! La prefazione del libro ("L'onore del silenzio. Un boss della mafia si confessa") che conteneva l’intervista era firmata sempre da Andreas Urlich. Proprio sull'argomento il settimanale Die Zeit ha rifiutato la pubblicazione di un mio articolo.
Questa collaborazione decennale con i giornalisti tedeschi dà a Sbano una grande credibilità di fronte ad istituzioni culturali come il Haus der Kulturen der Welt, che l’estate scorsa l’ha invitato al festival delle culture del mondo per parlare della musica popolare calabrese, come se si trattasse solo di musica ‘ndranghetista...

Parlando del ruolo della musica, che è sempre stata veicolo di messaggi più o meno condivisibili, che conseguenze può comportare la diffusione di canzoni sul mito dell’omertà, del sangue, della violenza, soprattutto per i più giovani?
Per i giovani calabresi assolutamente niente, i nostri ragazzi hanno un rifiuto radicale verso questo genere di musica, al punto che abbiamo problemi perfino a far apprezzare loro le canzoni popolari autentiche in dialetto, che viene identificato con la mancata scolarizzazione. Piuttosto, corrono più il rischio di essere influenzati da film come Il Padrino e Il capo dei capi, o da musiche che diventano anche suonerie. Le canzoni di ‘Ndrangheta in Calabria hanno un pubblico di nicchia, mentre in Germania hanno avuto un successo straordinario. gli anonimi-6 MGzoomAll’estero sono servite per diffondere l’idea che la mafia sia uno stile di vita: lo scandalo è che i giornalisti tedeschi si siano prestati a un gioco di normalizzazione della presenza della ‘Ndrangheta in Germania, una ‘Ndrangheta che dà posti di lavoro, reinveste soldi. Non le viene data importanza perché in fondo è solo un modo di vivere, una forma culturale, una musica, un ballo… così i tedeschi non hanno niente da temere.

Proprio nell’episodio per il quale Sbano è indagato, il manager ha preteso i diritti d’autore sulle sue canzoni ad un laboratorio di legalità, rivolto a bambini e ragazzi, che si proponeva di analizzarne i testi per cercare di ‘smantellare’ il mito della ‘Ndrangheta. Questo quanto può fare paura alle cosche?
Fa una paura enorme. La mafia calabrese finora ha proposto dei modelli comportamentali forti: lo ‘ndranghetista era l’uomo d’onore, colui che proteggeva le donne e i bambini, che quando finiva in carcere si paragonava a Cristo per le persecuzioni che subiva. La ‘Ndrangheta che insegna ai ragazzi anche attraverso le canzoni promuove la diffusione del linguaggio mafioso, un linguaggio manipolatore che capovolge i valori trasformando l’onore della cultura popolare in qualcosa di insanguinato e sporco, legato ai delitti. Basti pensare che una di queste canzoni è una ninnananna: una mamma canta al suo bambino in culla che da grande dovrà vendicare il padre ucciso. Se a queste immagini affianchiamo la realtà, come il fatto che il piccolo Cocò a tre anni è stato ucciso con un colpo di pistola in testa, è chiaro che il castello di carta che costituisce i valori della ‘Ndrangheta si sgretola completamente. Perché la mafia non ha valori, li manipola. Manipola i desideri e i sogni di giustizia sociale della gente semplice.

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